Cari tutti,
é molto tempo che non scrivo, e non so da dove cominciare. In questi giorni ho fatto tante cose e ne ho imparate tante altre che non so nemmeno come fare a metterle tutte nero su bianco. Forse il criterio migliore per riordinare le idee è quello cronologico, anche se certamente è il più noioso
Per prima cosa vi racconto della gita che ho fatto. Sono andata in un piccolo paesino vicino a Bamako, e per la prima volta ho visto la vita rurale. Il paesino si chima Sibi, a circa 60 km dalla capitale. Sono 60 km metà asfaltati e metà no. Sembrano pochissimi, ma arrivarci è un vero viaggio. Abbiamo preso un furgoncino e ci siamo così diretti verso la frontiera con la Guinea. Il furgoncino è come un sotrama, solo un po’ più grande. Arrivati a Sibi siamo stati in uno di questi campement, abbiamo dormito in stanzette con il tetto di paglia.
L’accampamento è un’opera della famosa cooperazione internazionale, c’era una pompa d’acqua a mano, proprio come quelle che abbiamo studiato, e ci si faceva la doccia riempiendo un secchio. Per me nulla di nuovo! Abbiamo ordinato la cena per la sera, e i gestori hanno ucciso un pollo e ce lo hanno cucinato. Così la notizia della presenza di turisti si è diffusa in tutto il villaggio nel giro di poco: tutti inseguivano i polli per ucciderne uno per noi! Oltre a pagare la notte si paga anche una tassa che va alla comunità intera del villaggio e la gestione del campement è comunitaria. La luce elettrica è ricavata da un pannello solare che la sera permette l’accensione di un piccolo neon. Questa è tutta l’illuminazione che c’è. Non vi dico le stelle enormi che si vedevano, con la via lattea in prima fila, sembrava che ti cadessero addosso da quanto erano grandi. Alla sera i guardiani, o gestori del posto, hanno suonato il balafon ed è stata un’esperienza bellissima, hanno improvvisato versi blues (dicono che questa musica sia l’antenata del blues americano, ed è proprio vero) con parole che cantavano massime morali di comportamento, ma anche della nostra presenza e abbiamo riconosciuto i nostri nomi in alcune frasi. Uno di loro traduceva per noi quello che l’altro cantava. È stata una cosa emozionante. Mi hanno dato anche un nome maliano, cosa che si usa fare con i toubab. Adesso mi chiamo Aminatà Kamarà, e sono una malinkè, cioè il popolo del regno mandingo. Ora posso dire che mi chiamo Aminatà, ed è decisamente meglio, perché Agata non lo capisce nessuno.
Qui l’importante però è il nome di famiglia, dal quale si può, in linea di massima, dedurre l’etnia e dall’etnia le amicizie o le inimicizie con la propria famiglia. Si chiama cousinage: le famiglie tra loro si dicono cugine quando sono molto vicine, ed sono così tanto amiche che possono permettersi di scherzare tra loro, prendersi in giro e parlare male gli uni degli altri, sempre scherzando. I membri di un clan, per esempio, non potranno mai andare a rivendicare un credito ad un clan cugino. Quindi ogni volta che io dico il mio nome di famiglia maliano ci sono reazioni più o meno accese da parte di chi ascolta, e chi dice che il mio nome non va bene è un cugino, appartiene ad un clan vicino al mio e che quindi si può permettere di dire per scherzo che il mio nome non va bene e che i Kamarà sono tutti ladri oppure altre cose brutte, che invece sottointendono grande amicizia e sostanziali complimenti. È complicato da spiegare, e anche se lo avevo letto non riuscivo a capire bene. Me lo sono fatto rispiegare da un mio collega maliano che aveva reagito male al mio nome. Sostanzialmente lo approvava fortemente. Sono pazzi questi maliani!!