Eminenza,
non ho alcuna delega per scrivere questa lettera, che indirizzo a Lei come
vicario del vicario per Roma e anche come capo della Conferenza dei vescovi
italiani. Ma vorrei che Lei la considerasse almeno come un caso degno di
attenzione perché non del tutto isolato ed eccezionale nel panorama della
cristianità italiana, forse persino rappresentativo di un disagio e di un
insieme di stati d’animo diffusi tra i cattolici – tali anche solo perché,
essendo battezzati,sono così censiti dall’anagrafe.
Come cominciare? Per esempio dalla constatazione che anche quest’anno non
andrò in chiesa in occasione della Pasqua, salvo che mi capiti di visitare
qualche amico monaco in comunità eterodosse, o comunque aperte, come quella
di Bose. Anche lì, però, avrei un certo disagio; che non provavo invece
negli anni in cui, militante della Gioventù Cattolica, mi sentivo in aperta
polemica con le posizioni ufficiali della Chiesa italiana ma ero parte di un
vasto e visibile movimento di dissenso cattolico che faceva sentire in molti
modi la propria voce: Carretto, e poi Mario Rossi, contro Gedda e
l’operazione Sturzo; Cisl, Acli e preti operai torinesi contro Valletta, i
suoi reparti confino, padre Lombardi e la Madonna pellegrina. E così via.
Category: Pensieri lunghi
Lettera aperta a S.E. il Cardinal Ruini (Gianni Vattimo)
Eppure noi ci dissipiamo
Fate come Maria Goretti. “Non bruciatevi nella dissipazione”. Ovvero: come fare
del rifiuto della violenza un martirio per la fede. Roba da Dopoguerra il ritorno
della ragazzina che fu uccisa per aver resistito a uno stupro: da Dopoguerra
fare appello alla morte come alternativa al Male che il sesso – è proprio il caso di
dirlo – incarna. Perché qui, bisogna sottolinearlo in matita rossa, il Male non è la
violenza a cui le donne vengono sottoposte dalla preistoria (lo stupro), ma una
quantomai incredibilmente sottintesa relazione segreta di amplesso e stupro.
Come dire, appunto, che la radice della violenza (del Male) sta nel sesso, e non
in quel meccanismo che lo trasforma in arma di intimidazione, ricatto, terrore e
lutto: cioè la minaccia costante dello stupro e la normalità della sua
perpetrazione. Che la Santa Sede non avesse le idee chiare circa la sessualità,
in particolare circa quella femminile, si sapeva. Che potesse soggiacere a certi
rigurgiti sessuofobi e misogini tanto prepotenti, però, stupisce. Perché qui non
solo il sesso è identificato una volta di più con il Male – a meno di essere
finalizzato alla procreazione: ma la sessualità umana non è questo; ma soprattutto la donna viene implicitamente caricata (di nuovo) di quella natura
“disordinata” – per usare un termine caro alla morale cattolica – che la fa
tentatrice, colpevole e portatrice di corruzione, nonché viziosa e debole davanti
al Male, dai tempi del paradiso terrestre.
Libertà privata o libertà comune
Della parola “libertà” si riempiono la bocca da almeno un decennio praticamente tutti: ex-comunisti, ex-fascisti, liberali dell’ultima ora, capi di governi militarmente aggressivi, repressori dei diritti civili, leader religiosi integralisti e fanatici. Non che il fenomeno sia nuovo: si possono contare una quantità impressionante di guerre, guerriglie e guerre civili combattute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sotto il vessillo della libertà in vari modi declinata – conflitti sanguinari che molto hanno prodotto ad eccezione di una qualsivoglia forma di libertà. Ma certamente il crollo dei regimi dell’Est europeo ha provocato una semplificazione radicale del concetto tale da omologare a livello planetario il significato della parola interamente sugli assiomi e sui modelli teorici del neoliberismo. Alla fine del socialismo reale si somma poi la crisi irreversibile in cui è entrato il modello socialdemocratico, che per almeno mezzo secolo aveva legato imprescindibilmente il concetto di libertà a quello di eguaglianza sociale e alla pratica di ridistribuzione della ricchezza. Se i sovietici ridimensionavano la nozione liberale di libertà, qualificandola come “borghese”, il sistema socialdemocratico – che almeno fino alla metà degli anni settanta copriva l’intero Occidente, Stati Uniti compresi – poneva come condizione essenziale per l’affermazione reale della libertà la giustizia sociale.