Category: Now Playing

A Silver Mt.Zion – Horses in the sky

Posted by on 14 giugno 2005

silver.jpgGod bless our dead marines
They put angels on the elctric chair
They put angels on the elctric chair
They put angels on the elctric chair
[...]

Mum – Yesterday Was Dramatic Today Is Ok

Posted by on 4 novembre 2003

yesterday.jpg Un disco impressionante, tenuto conto oppure no che trattasi del debutto per quattro giovani sconosciuti provenienti da una scena – quella islandese – non certo trascurabile (sempre viva la memoria di Sugarcubes e Gus Gus, fastosa pure se ormai cosmopolita Bjork, in arrivo Sigur Ròs) ma pur sempre periferica.
Pensare che i Mùm lo concepirono e realizzarono sognando di coprire le distanze relativamente brevi della propria madrepatria (come testimonia l’edizione originale dell’album, con le note in islandese strettissimo). E già sarebbe stata una mezza impresa, malgrado il piccolo aiuto di Musikvatur, guru dell’electro nazionale.
Invece, consensi in tutta Europa. Persino negli USA molte orecchie si drizzarono ad ascoltare, conquistate da questa sequenza di meraviglie emozionali. Apre bene l’iniziale I’m 9 Today (box di giochi ritmici, riff di tastiera soffice e minimale, come dei Kraftwerk fanciulli), così suadente che la Sony penserà bene di utilizzarla senza autorizzazione per uno spot (seguirà bega legale, con sconfitta della multinazionale). Chiude benissimo Slow Bicycle (soffice decompressione per piano elettrico e synth più una fauna di elettroni in effervescenza che per un attimo fa balenare il fantasma dei Talk Talk).
Nel mezzo, ipnotiche suggestioni come la toccante suite centrale Asleep On A Train/Awake On A Train (fisarmoniche, archi, rotativa di corde e blips) o stranianti esotismi come le giapponeserie attonite di Random Summer (chissà se a David Sylvian sarà piaciuta…). Tutti pezzi strumentali tranne uno, quella Ballad Of Broken Birdie Records che si profila come dei Massive Attack in regressione fiabesca: ritmica languidamente narcotizzata, guizzanti sottigliezze electro, voci da ninfa boschiva, in pratica un assaggio di ciò che maggiormente si definirà (puntando un’indefinitezza palpitante) nel lavoro successivo.
Due gli apici dell’opera: le diafane congetture funky tra arzigogoli ritmici e microburst videogame di Smell Memory da una parte, le densità astratte di Sunday Night Just Keep On Rolling dall’altra. In entrambe, il brancolare dei sensi incantati in una torpida opalescenza. Tra di esse, la definizione dolce e risoluta di un’estetica già perfettamente consapevole di sé.
L’esordio è indubbiamente un buon biglietto da visita, ragion per cui non stupisce se una stellina come l’italo-islandese Emiliana Torrini e l’altro giovane fenomeno Sigur Ròs affidano ai Mùm il remix di loro pezzi. Tuttavia i quattro spendono gran parte di tempo ed energie per comporre musiche originali a commento del glorioso film muto Battleship Potémkin (La Corazzata Potiomkin), un progetto senz’altro defilato, lontano dai clamori, ma vicino, vicinissimo ai loro topoi musicali. Passati nel frattempo tra le fila dell’occhiuta Fat Cat Records (quella appunto dei Sigur), sul finire del 2001 iniziano ad imbastire la seconda prova, avvalendosi dell’esperto Valgeir Sigurdsson (già con Bjork) alla produzione.
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Radiohead – Hail to the thief

Posted by on 8 luglio 2003

I Radiohead sono tra i pochi autori contemporanei, in termini di discografie complete, a sorprendere sempre e comunque.
Inventano sezionando e traslando strutture usate, sconvolgendole in un modo drammatico ed emozionante, in continua mutazione. A due anni di distanza da Amnesiac, Hail To The Thief appare la terza fase della parabola art rock di Kid A, affascinante, inquieta e visionaria allegoria delle calamità postmoderne con risultati alterni (Kid A era interessante ma non eccezionale, Amnesiac era sublime). Hail To The Thief aggiunge altri dati da decifrare e considerare attentamente. Recupera elementi propriamente rock dai lavori degli anni novanta ibridandoli -senza però fonderli- nel recente periodo elettronico. E’lettura ancora più complicata e duttile. Non nei singoli brani ma nell’insieme. Molte suggestioni si schiudono e si rivelano alla distanza.
All’impressione di dover smussare qualche asperità, togliere qualche avanzo per circoscrivere e definire, risponde il sospetto che il gruppo voglia rilevare ogni possibile oscillazione, ogni variazione atmosferica. Aggiungere per depistare, per camuffare tracce e impronte.
Hail To The Thief è un moto perpetuo. Eracliteo come i due album precedenti, a volte più liberamente ambiguo e sconnesso, laddove nell’oscuro e denso panegirico schizoide di Amnesiac, nel suo serpeggiare arcano e funereo, scopriva una forza di coesione sorprendente. Qui l’andamento è sismico, turbinoso; affascinano i crescendo incalzanti e le evoluzioni insolite all’interno di uno stesso brano: 2+2=5, sit down, stand up, backdrifts, the gloaming, wolf at the door.
L’eccesso volge in quiete, l’atteggiamento si ripiega, inerme, introflesso. Sail to the moon, we suck young blood, i will: nude e rauche ballate di sepolcrale bellezza, epifanie predestinate e fantasmatiche che esprimono tormento spirituale, vibrante pathos, invincibile fulgore romantico. Gli utensili un malinconico pianoforte senza tempo, molto beatlesiano (già in you and whose army? di Amnesiac), esili chitarre e melanconiche armonie vocali.
I Radiohead accostano codici inconciliabili e stridenti. Se l’arte postmoderna non cerca mai il bello e l’ideale, cerca ancor meno il senso del compiuto.
Ed ecco in sequenza, rock d’impatto, ballate pianistiche, scaglie di elettronica, glitch, voci filtrate e parlati robotici, assolo di tromba tipo funerale di paese. I Radiohead sono bestie rovesciate sottosopra che si agitano nel tentativo di mettersi in sesto.
Affascina questa poetica di desolazione, oscuramento, ribrezzo. Hail To The Thief é una mistura musicale penetrante, stordente ed estranea, così fosca e allucinata da far diventare i videoclip futile appendice.
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Mogwai – Happy music for happy people

Posted by on 30 giugno 2003

Il quarto album ufficiale dei Mogwai sancisce ad un tempo il rientro nei ranghi ed il loro superamento attraverso una forma sospesa, trasfigurata, quasi ambientale. Come se di quella antica furia incontenibile e scentrata, di quelle progressioni algebriche su plateau desolati non fosse rimasta che un’attitudine, un istinto esausto, stremato dalla lucida consapevolezza d’essersi già speso.[Stefano Solventi - www.sentireascoltare.com].
Sarà, ma io lo trovo godibile e per niente scontato.

Sigur Ros – ()

Posted by on 29 giugno 2003

Senza raggiungere le vette emotive di Agætis Byrjun, l’ anti-boyband islandese con questo () ha prodotto senza dubbio qualcosa di estremamente affascinante. () è rarefatto, epico, falsamente depressivo, colonna sonora di una nuova malinconia post-moderna. Capisco perchè piaciono tanto a Thom Yorke.