Aeroporto di Kampla – Entebbe – Uganda, 22/09/2009
Per l’ennesima volta aspettare l’aereo, sdraiata su queste poltrone. Intanto la MONUC mi passa avanti con i suoi militari, i suoi giornalisti, i suoi berretti blu, i suoi giacca-e-cravatta.
Ascolto la musica. Un attimo prima di ripiombare nel lavoro, nelle pressioni, nello stress, nelle incomprensioni tra colleghi troppo stanchi, nelle feste alcoliche per dimenticare lo stress, per stare insieme, per sorridere. Prima di ripiombare nella mia vita. Che amo e odio.
Due settimane a casa. Pensieri sparsi di sensazioni e sentimenti e immagini.
Caldo scendendo dall’aereo, odore intenso di salsedine, sole sulla pelle. Sole caldo, sensazione conosciuta.
Le rocce nere contornano il blu del mare. Il verde intenso delle piante dei capperi casca stanco sui massi neri. Pesce marinato con limone e pezzi di frutta.. Salsedine sulla pelle, al sole, salsedine sui capelli. Frutti di mare crudi. Doccia serale che toglie il sale. La pelle sulla sabbia bianca, sole che scotta. Gelsomino odoroso la sera. Carne arrostuta per le vie del centro, peperoni, la carciofa. Serate con chiacchiere fino a tardi, amici, insicurezza. Chissà chi ha dimenticato, chi si ricorda…
Scillichenti, Sciacca, Punta delle Formiche, Isola delle Correnti, via Plebiscito…
A chi appartengo, a quale luogo, in quale mondo. Partite a pallone sulla spiaggia al tramonto. La mia macchina con dentro gli stessi vecchi CD di tre anni fa, prima della partenza, prima della nuova vita. Malinconia. Dovrei rimanere di più. Me lo ripento sempre, non lo faccio mai. Mai abbastanza per sentire che appartengo a questi luoghi. Ma abbastanza per sentire che ci appartengo, in realtà, e per sentire tutto il dolore del graffio e dello strappo.
Il mio appartamento, con le pitture alle pareti fatte da me in un altro grande momento di cambiamento della mia vita. Leggo “novembre 2000”. Vecchie foto. Io giovane. Forse non riuscirei più a vivere qui dentro. Tutto troppo conosciuto. Forse. O forse non vedo l’ora di vivere di nuovo tra queste pareti multicolori. Che però non mi rispecchiano più. Città che non conosco, ma che conosco benissimo. Città amata e odiata, da sempre. Città che mi ha respinto. Città che mi accoglie. Città della mia identità. Città della mia disidentità.
E la malinconia della riviera del nord, delle vecchie canzoni ballate e cantate, delle passeggiate lungo un mare nero.
E riscoprire la parte affettiva della vita, la dolcezza, l’amicizia. O quello che è.
E poi di nuovo, valigia, biglietto, passaporto, città africana quasi europea. Piccolo aereo, Bunia la polverosa. E i colleghi troppo stanchi, i progetti troppo difficili, la doccia con i secchi.
E la sensualità delle vite disperate.
E libertà.
Agata