On est pauvre financièrement mais très riche dans notre tête. Vive le Mali !

Posted by on 4 ottobre 2007

Bamako, 19-09-2007, 17.45

Cari tutti,
é molto tempo che non scrivo, e non so da dove cominciare. In questi giorni ho fatto tante cose e ne ho imparate tante altre che non so nemmeno come fare a metterle tutte nero su bianco. Forse il criterio migliore per riordinare le idee è quello cronologico, anche se certamente è il più noioso
Per prima cosa vi racconto della gita che ho fatto. Sono andata in un piccolo paesino vicino a Bamako, e per la prima volta ho visto la vita rurale. Il paesino si chima Sibi, a circa 60 km dalla capitale. Sono 60 km metà asfaltati e metà no. Sembrano pochissimi, ma arrivarci è un vero viaggio. Abbiamo preso un furgoncino e ci siamo così diretti verso la frontiera con la Guinea. Il furgoncino è come un sotrama, solo un po’ più grande. Arrivati a Sibi siamo stati in uno di questi campement, abbiamo dormito in stanzette con il tetto di paglia.

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L’accampamento è un’opera della famosa cooperazione internazionale, c’era una pompa d’acqua a mano, proprio come quelle che abbiamo studiato, e ci si faceva la doccia riempiendo un secchio. Per me nulla di nuovo! Abbiamo ordinato la cena per la sera, e i gestori hanno ucciso un pollo e ce lo hanno cucinato. Così la notizia della presenza di turisti si è diffusa in tutto il villaggio nel giro di poco: tutti inseguivano i polli per ucciderne uno per noi! Oltre a pagare la notte si paga anche una tassa che va alla comunità intera del villaggio e la gestione del campement è comunitaria. La luce elettrica è ricavata da un pannello solare che la sera permette l’accensione di un piccolo neon. Questa è tutta l’illuminazione che c’è. Non vi dico le stelle enormi che si vedevano, con la via lattea in prima fila, sembrava che ti cadessero addosso da quanto erano grandi. Alla sera i guardiani, o gestori del posto, hanno suonato il balafon ed è stata un’esperienza bellissima, hanno improvvisato versi blues (dicono che questa musica sia l’antenata del blues americano, ed è proprio vero) con parole che cantavano massime morali di comportamento, ma anche della nostra presenza e abbiamo riconosciuto i nostri nomi in alcune frasi. Uno di loro traduceva per noi quello che l’altro cantava. È stata una cosa emozionante. Mi hanno dato anche un nome maliano, cosa che si usa fare con i toubab. Adesso mi chiamo Aminatà Kamarà, e sono una malinkè, cioè il popolo del regno mandingo. Ora posso dire che mi chiamo Aminatà, ed è decisamente meglio, perché Agata non lo capisce nessuno.
Qui l’importante però è il nome di famiglia, dal quale si può, in linea di massima, dedurre l’etnia e dall’etnia le amicizie o le inimicizie con la propria famiglia. Si chiama cousinage: le famiglie tra loro si dicono cugine quando sono molto vicine, ed sono così tanto amiche che possono permettersi di scherzare tra loro, prendersi in giro e parlare male gli uni degli altri, sempre scherzando. I membri di un clan, per esempio, non potranno mai andare a rivendicare un credito ad un clan cugino. Quindi ogni volta che io dico il mio nome di famiglia maliano ci sono reazioni più o meno accese da parte di chi ascolta, e chi dice che il mio nome non va bene è un cugino, appartiene ad un clan vicino al mio e che quindi si può permettere di dire per scherzo che il mio nome non va bene e che i Kamarà sono tutti ladri oppure altre cose brutte, che invece sottointendono grande amicizia e sostanziali complimenti. È complicato da spiegare, e anche se lo avevo letto non riuscivo a capire bene. Me lo sono fatto rispiegare da un mio collega maliano che aveva reagito male al mio nome. Sostanzialmente lo approvava fortemente. Sono pazzi questi maliani!!


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Ma torniamo alla gita. Di giorno siamo andati, con una vecchia guida
locale, a fare una camminata tra i boschi e ci siamo inerpicati fino
alle falesie. Le falesie dei monti mandinghi si alzano d’improvviso
sopra ad una pianura verdissima in questa stagione, sulla quale cresce
una foresta di alberi di mango e di karitè. La falesia ad un certo
punto forma un arco naturale di roccia, enorme, sarà grande come l’arco
di trinfo a Parigi, dicono i francesi. Ci siamo arrampicati fino a
sopra all’arco ed abbiamo ammirato l’infinito. L’impressione è davvero
quella di vedere non l’orizzonte, ma l’infinito. Uno spettacolo
mozzafiato. Se vi avevo detto di avere visto la magnificenza della
natura qui intorno, quello che ho visto adesso è moto più della
magnificenza della natura, è la grandiosità della violenza della Vita,
il crescere rigoglioso del Mondo.

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Non so nemmeno trovare le parole per descrivere il paesaggio che ho
visto. I manghi succulenti appesi a questi alberi enormi, il piccolo
villaggio di case ordinate e dipinte dalle quali fanno capolino molti
bambini, le donne intente nei lavori, i polli e le capre. Gli abitanti
del villaggio sono tutti gentilissimi, sembrava quasi surreale ed é
stato molto emozionante conoscre il capo villaggio. I bambini ti
salutano tutti, alcuni ridono tantissimo, altri hanno decisamente paura
tanto da scoppiare a piangere alla vista di questo strano uomo bianco.
Alcuni bambini impavidi si spingono persino a toccarti la mano e poi
guardano la loro manina nera sul palmo della tua mano bianca e
rimangono strabiliati.

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Al mercato del villaggio abbiamo comprato delle stoffe che mi
serviranno sabato, spero, per farmi cucire un vestito e per abbellire
la casa.

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Abbiamo contrattato il prezzo con una signora, che alla fine ha detto
le frasi di rito: “adesso siamo tutti sudati a forza di discutere, che
i tessuti vi portino felicità e buone cose”.
Ecco, le buone cose.
Prendo spunto da questo per raccontare cosa mi sta piacendo della gente
qui. Per salutarsi ci si chiede: come stai? E poi i saluti vanno avanti
per un po’. Ma ho scoperto che non è solo un rituale, è proprio vero
interesse per come sta il nostro prossimo, e più passa il tempo più
questa cosa mi sembra meravigliosamente bella, mi sembra
meravigliosamente attenta all’altro. Ci si chiede, nell’ordine:

  • Come stai?
  • Come è andata la notte (se è mattina)?
  • Come è andata la giornata (se è sera)?
  • E la salute come va?
  • E la famiglia come sta?
  • E gli affari come vanno?
  • E le buone cose?

Questa domanda mi piace un sacco, pensateci: le buone cose? Sono state
numerose, ci sono state, proseguono bene? E io ogni sera mi chiedo se
nella mia giornata ci siano state buone cose e se quelle del giorno
prima stiano continuando. Mi sembra una cosa bellissima da chiedere, le
buone cose. Sto imparando questi saluti in bambara, piano piano li
imparo, non è facile perché anche le risposte sono diverse da uomo e
donna, e poi ci devono essere anche altri saluti che io non so e ogni
volta se ti sentono parlare in bambara allora, felici, i maliani ti
sciorinano altri saluti e tu rimani interdetta di fronte a frasi che
non consoci. Non è facilissimo. Comunque le bune cose si dicono
co-kaain. Non so se si scrive così ma si pronuncia più o meno così.
La visita nel villaggio di Sibi mi ha lasciata davvero a bocca aperta,
per la bellezza del posto e per la gentilezza della gente, per la
sorpresa dei bambini nel vederti, per le bellissime case rurali
dipinte, per il nero pesto della notte, per i racconti e le musiche.
Sospendo la descrizione del weekend, perché potrei raccontarvi di come
la banca mondiale abbia finanziato il progetto della strada asfaltata
che non è ancora terminata nonostante fosse prevista la chiusura dei
lavori nel 2004, potrei raccontarvi di come la società che ha fatto la
strada abbia preferito impiegare manodopera immigrata sfruttatissima
invece di quella locale e di come questo abbia procurato numerose
gravidanze indesiderate nel villaggio, di come i lavori abbiano deviato
il corso del fiume creando pozze d’acqua che hanno alzato l’incidenza
della malaria e impennato la mortalità infantile. Ma non ho voglia di
raccontare tutto questo.
Ho voglia invece di raccontarvi il seguito della mia settimana.
Il mio lavoro va avanti ed è stata un’intensa settimana di net working.
Sto cercando di non frequentare più solo i ragazzini in visita post
coloniale, anche se ogni tanto sfrutto la loro piscina. Questi ragazzi
alle volte stupiscono per il loro razzismo. Si comportano come i loro
nonni colonizzatori, come i padroni del mondo. Vivono con un livello di
vita che in Francia non potrebbero permettersi mai, e sono qui proprio
per questo. La Francia li paga profumatamente per lavorare in aziende
private e mette loro a disposizione vari servetti e altre accomodations
tipo macchina e casa. Ho cercato quindi vedere anche altra gente, ed ho
incontrato spagnoli e canadesi della croce rossa, uno spagnolo di MSF e
una ragazza di ACF. Molto interessante, i cooperanti veri e propri.
Anche loro non si mescolano per nulla con la popolazione ed erano
stupitissimi di come io abitassi in un appartamento e prendessi il
sotrama per andare al lavoro. Da tanti anni girano il mondo e sono un
po’ sradicati. Raccontano delle situazioni di crisi umanitaria e di
come invece si stia bene qui in Mali.
Oggi ho anche visitato l’ambasciata degli Stati Uniti. Ragazzi, il
lusso è inimmaginabile. È una costruzione tutta in marmo o granito
rosa, dentro l’aria che si respira è americana, i controlli di
sicurezza sono una cosa estenuante. L’ambasciata è circondata da un
soffice strato di erbetta verde, sembra importata dall’Inghilterra. Il
lusso all’interno è una cosa incredibile. Gli americani che ci lavorano
dentro, barricati, credono comunque di fare un gran bene al mondo,e
quelli che ho incontrato io pensano di salvare i rifugiati del Mali.
Danno loro un piccolo manuale su come si vive negli USA e li
costringono a compilare complicatissimi moduli in inglese, non
tradotti, che devono essere compresi e compilati in inglese, per legge.
Sempre con l’aria di chi vuol fare del bene ai rifugiati. Mi viene in
mente il film Nuovo Mondo. Mi immagino questi maliani chiamati dalle
famiglie (si tratta di ricongiungimenti familiari ) residenti in
america che entrano in questo palazzo del bengodi e che si immaginano
che in USA ci siano dei frutti enormi, degli alberi che fabbricano
monete e che la gente si faccia il bagno nel latte. Anche io mi
aspetterei un’america coperta d’oro se non la avessi vista con i miei
occhi, e non avessi visto l’onnipresente povertà dei clochard nelle
strade di San Francisco.
Per il resto, per quanto riguarda il settore più personale, posso dire
che la mia casa ha subito finalmente la tanto sperata svolta. Ho le
zanzariere alle finestre, cosa che non impedisce solo alle zanzare di
entrare, ma anche ai famosi pipistrelli giganti di farmi visita. Ho il
letto di bambù ed il materasso di gommapiuma. Il letto è dotato di
zanzariera ed adesso dormo come una principessa con il baldacchino
(grazie a Kiki della zanzariera che ho potuto appendere sul letto). Mi
sono spostata nella camera più fresca e riparata della casetta. Ho
ordinato anche il tavolo e le sedie. Ho costruito un divano con i
materassi in paglia e lo ho coperto con le stoffe di Sibi. La vita
prosegue, con tranquillità, come sempre.
Un saluto a tutti, come al solito ai cooperanti allo sbaraglio nel
mondo e in Italia, ai non cooperanti che ci seguono e ai parenti che ci
leggono con affetto.
KO-KAAIN a tutti!

Agata

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