oggi ho proprio voglia di scrivere, e così eccomi qui. È buffo che io non mi trovi piu’ a mio agio con la tastiera del mio computer italiano, abituata come sono a mettere gli accenti con l’apostrofo e a schiacciare la a dove noi abbiamo la q … faccio degli sforzi per riabituarmi alla tastiera italiana, forse è davvero troppo tempo che non scrivo.
Ebbene sì, in questi giorni ho lavorato molto. Non che abbia già l’impressione che il mio lavoro sia utile, ma comincio ad imparare un po’ di cose, comincio a capire un po’ come muovermi in ufficio ed ho sempre più mansioni affidate. Il 10 settembre andrò alla mia prima conferenza internazionale, una conferenza organizzata dall’UNESCO sull’alfabetizzazione. Usero’ il tailleur che mi sono portata per queste eventualità!
Il mio lavoro consiste nel correggere alcuni progetti, nel cercare di scriverne di nuovi e nel seguire la messa in pratica del progetto di cui sono assistente. Imparo molte cose effettivamente, soprattutto sul ONUridottoMali.
In effetti ho l’impressione che quello che abbiamo studiato sia una buona base per scrivere dei progetti, nel senso che ci hanno dato gli strumenti per sapere come si fa. Quello che a me manca sono i contatti sul campo, per esempio per trovare dei parters nei progetti io non sono affatto autonoma, il capo progetto deve telefonare a chi conosce e muovere i suoi contatti. Per trovare i luoghi dove svolgere i progetti , per fare un altro esempio, la conoscenza teorica del mali non basta. Il capo progetto mi sa dire in quali luoghi c’è una più forte emigrazione, e in quali altri ci sono molti progetti in atto e quali invece sono più dimenticati. Questo è interessante. L’ufficio dell’OIM infatti a Bamako non c’è da molto tempo, ed è in una fase di espansione e di fermento, nascono progetti, idee e richieste di finanziamento. Visto che l’OIM non fa parte delle nazioni unite deve, per i finanziamenti, comportarsi quasi come una ONG e cercarli dai governi o dai finanziatori, che alle volte sono proprio le UN. Però è anche un’organizzazione internazionale affiliata alle UN, e come tale rientra nel mondo ONU. Riceviamo le mail di sicurezza delle UN e siamo presenti nelle conferenze internazionali, veniamo chiamati dai ministri del governo del Mali quando devono fare delle comunicazioni alla comunità internazionale presente nel paese.
Il Mali è una ex colonia francese, ma molto spesso in prefisso ex pare non ci sia. I francesi qui si comportano come a casa loro. Controllano tutto quello che succede nel paese, e sono presenti in ogni attività internazionale o come cooperazione francese oppure come organizzazione internazionale della francofonia, che poi sono sempre loro. Sono i francesi che controllano le attività delle UN. I loro grandi concorrenti qui sono gli americani, con USAID. L’ambasciata americana è ENORME, gigantesca, ed in espansione. Si trova vicino al mio ufficio, ed è davvero impressionante. Ci sono moltissimi programmi portati avanti dagli USA, che sono presentissimi sul territorio. La mia impressione è che qui si veda direttamente la concorrenza tra Francia e America, e si capisca anche di più il motivo della rivalità. Gli Stati Uniti tendono a volersi espandere in questa parte di Africa, che invece la Francia vuole continuare a controllare. Quindi i due ambasciatori vanno in giro a braccetto, ma poi nella pratica si fanno la guerra. Visto che l’IOM è controllata strettamente dagli USA, la Francia tende a metterci i bastono tra le ruote. L’esagono preferisce fare i progetti lei stessa, direttamente, o almeno affidarli alle nazioni unite che sono un po’ meno controllate dagli USA, o almeno quasi a pari merito con loro data la presenza nel CDS dei due paesi. Personalmente non ho simpatia né per i vecchi colonizzatori né per quelli che vorrebbero essere i nuovi. Ad ogni modo questo comportarsi da padroni non è per nulla condivisibile, ne’ simpatico.
Qui c’è un gran can can di tutti gli attori della cooperazione che abbiamo studiato teoricamente, dalle ong alle UN, per passare dai governi e dalla banca mondiale. C’è anche una forte presenza di Microsoft come grande donor. Tutti si danno da fare per avere un angolino, uno spazietto in quello che qui appare proprio come il gran business della cooperazione. I maliani devono solo rispettare le regole imposte dalla comunità internazionale, quindi rispettare i tempi delle calls o dei bandi per esempio ed essere celeri nel chiedere. Queste regole tra l’altro cozzano contro la cultura locale, che non conosce tempi, né scadenze. Inoltre i maliani usano il solo potere che gli è rimasto: quello di scegliere i progetti con i quali collaborare e ammiccare verso uno o l’altro degli attori internazionali in pista. Il risultato è che sembra che tutto quello che si fa qui sia totalmente auto referenziale, e mi chiedo che motivo dovrebbero avere i governanti del mali presenti e futuri di uscire dal sottosviluppo. In effetti le classi dirigenti, di questa presenza internazionale, hanno solo da guadagnarci, e il loro senso di responsabilità verso i cittadini secondo me viene a mancare. Certo non tutto quello che si fa è inutile, sono sicura che i progetti per i bambini di strada danno sollievo a molti bambini vittime della povertà, e che i progetti dell’IOM contro il traffico di minori, o per la reinserzione dei ritornati in Mali o il rimpatrio degli irregolari che ne fanno richiesta portino certamente del sollievo ai beneficiari. Mi sembra però, e con questo scopro davvero l’acqua calda, che tutta questa presenza internazionale massiccia, non faccia che togliere autonomia e senso di responsabilità al Mali stesso. Forse crea una ragione in più per vivere di aiuti e per non essere autonomi. Alla fine tutto questo can can è una maniera, nemmeno troppo celata, per fare di un paese autonomo una sostanziale colonia, sotto l’egida delle UN.
Con questo non voglio dire che mi fa schifo quello che faccio. In realtà, forse cinicamente dopo quello che ho detto, mi piace quello che faccio. Mi piace meno quello che vedo. Credo che in un certo modo le cose si possano cambiare, non so ancora come, e spero di capirlo presto. Ad ogni modo preferisco un lavoro del genere piuttosto che un lavoro in un’azienda petrolifera, che fa esplicitamente del male. Mi piace l’idea che sto imparando come funziona questo mondo, lo sto vedendo con i miei occhi, perché questo mi può dare modo di cambiarlo, dal di dentro, da chi crede fermamente che le nazioni unite nel mondo dovrebbero avere più potere e un ruolo diverso, che possano diventare in fondo un’istituzione neutrale e libera, e che si possa ancora lavorare in questa direzione. Tutto quello che vedo in realtà non mi stupisce, dopo l’anno che ho passato all’ISPI che mi ha tolto l’illusione della cooperazione buona, e mi ha insegnato che la cooperazione internazionale è “un modo di fare politica estera con altri mezzi”, come la guerra, citando il nostro caro Shunk.
Nella pratica. Oggi i ragazzi francesi miei dirimpettai volevano un po’ viziarsi, e volevano mangiare bene. Mi hanno trascinata in un ristorante chic di Bamako, che è proprio a due passi da casa mia. All’ingresso troneggiava una macchina di rappresentanza statunitense, con tanto di bandierine a stelle e strisce davanti e di vetri oscurati. All’interno il locale era di un’eleganza europea, pochi tocchi africani. Gli avventori erano tutti bianchi, TUTTI. Una grande tavolata ospitava il console francese e quello statunitense, con le loro corti. Il cibo era tutto rigidamente francese, si trovava anche la raclette e la tartare. Per 20 euro, che qui è una cifra enorme, abbiamo mangiato antipasto, piatto principale e dolce, bevuto del Côte Du Rhone, mangiato il gelato affogato nel cioccolato (non io). C’era tutta la borghesia europea residente qui, vecchie signore ingioiellate con un tocco di esotismo addosso, che qui fanno le padrone con i loro mariti in vestito blu o in tenuta quasi coloniale. È interessante vedere l’esistenza di posti del genere, per poi non tornaci mai più… Preferisco i maqui bui frequentati da maliani dove trovi calore umano, sporcizia, video musicali alla tv e semplici spiedini con banane fritte e birra fredda. Ma questo mi sembra ovvio, non c’è nemmeno bisogno che ve lo dica.
Come è facile immaginare, qui i tempi sono dilatati in tutto, e io mi trovo a mio agio nel dare gli appuntamenti “tra le 10 e le 11″. L’unico problema si pone quando queste inadempienze cozzano tremendamente contro i miei bisogni reali. Per esempio il livello tecnologico della mia casa stenta a decollare. Ho comandato delle zanzariere per le finestre, che dovevano arrivare ieri, ma che arriveranno venerdì, dopo la preghiera, Inshallah, se Dio vuole. Il mio letto anche doveva arrivare mercoledì, ma non se ne sa più nulla. Per la stessa cifra che ho speso in una sera al ristorante, cosa che non farò mai più, ho comandato un letto in bambù. Il fabbricante però è sparito nel nulla, io comincio a temere che dovrò aspettare 6 mesi per averlo, come le mie coinquiline che hanno avuto i mobili il giorno stesso che se ne sono andate. Quindi continuo a dormire nel materasso riempito di paglia per terra nella camera. La cosa non è gradevole, dormo molto male e il mio umore ne risente. Sono molto arrabbiata con il venditore di letti, alla fine io sono una toubab e per queste cose me la prendo un po’. Per quanto sia siciliana, elastica ed interculturale di formazione, non c’è nulla da fare: volevo dormire in un letto comodo e non essere assalita dalle zanzare. Ma chissà quando arriverà il momento delle comodità…
Però sono riuscita a comprare un frigorifero che funziona, di seconda mano, piccolo, ma mi basta per tenere le cose al fresco, quindi ho mangiato a casa per quasi tutta la scorsa settimana. Questo ha rinforzato tremendamente le mie difese immunitarie e la mia flora intestinale tanto che passata la malattia del viaggiatore adesso sto benissimo e posso mangiare tutto quello che voglio, evitando ovviamente l’acqua del rubinetto che so mi farebbe ripiombare del mal di pancia più nero. Fisicamente adesso mi sento davvero benissimo.
La grande rivoluzione tecnologica della casa è però la mia doccia calda. Infatti in casa non c’è uno scaldabagno. I primi giorni non mi sono resa conto della sua assenza perché faceva caldo e la doccia fredda era una cosa naturale. Adesso però, con la stagione delle piogge avanzata, la temperatura è scesa e per lavare i miei lunghi capelli l’acqua fredda è davvero un tormento. Così mi sono costruita una doccia calda. Riscaldo l’acqua con il gas e la metto in un secchio, la porto in bagno e la mescolo con acqua fredda e così riempio tutto il secchio di fantastica acqua tiepida. Con una grande mestolo ricavato da una zucca, che ho comprato da una signora al mercato, mi verso l’acqua addosso con grande piacere e soddisfazione. La doccia che mi sono costruita funziona benissimo, il mestolone è davvero adatto all’uso e per fare tutto questo ci metto pochissimi minuti. Fantastico!
Il prossimo fine settimana con i francesi andiamo a fare una breve gita fuori Bamako, pare che ci siano delle bellezze naturali, un arco di roccia e delle cascate, in un paesino qui intorno. Ho davvero voglia di vedere i dintorni e sono contenta che loro, che ci sono già stati, mi mostrino un po’ come muovermi qui, anche se i loro consigli alle volte vanno presi con cautela dato che si tratta di ragazzini a cui ho dovuto dare le basi di igiene (tipo “non camminare con gli infradito anche se lo fanno i maliani perché ad ogni ferita al piede ti viene un’infezione” oppure “non bere l’acqua del rubinetto altrimenti devi prendere un’altra volta gli antibiotici”, o ancora “spruzzati l’anti zanzara perché anche se prendi il lariam il palu – la malaria – è sempre in agguato da queste parti” ed altre sciocchezze simili).
- Questo é l’unico grattacielo di Bamako, con un arcobaleno sullo sfondo -
Ragazzi per questa volta è tutto, gioie e dolori della cooperazione internazionali visti dal field. La cosa incredibile è che qui ho incontrato una ragazza che ha fatto il master dell’ispi nel 2003, una francese of course, e anche un mio docente dell’università francese con cui avevo seguito i corsi di migrazioni e relazioni interetniche a Parigi e per cui io avevo fatto una malattia all’epoca. Domani spero di chiamarlo e poterlo incontrare al più presto.
Un saluto a tutti voi, mi mancate un sacco da qui, e un saluto anche a Valelona – ebbene sì, ti chiamiamo così – che ho saputo leggere il nostro blog. Saluto anche tutti i lettori non cooperanti che ci leggono e ci seguono con affetto in queste nostre avventure. Un abbraccio africano a tutti,
INICE’!
Agata