Il fairplay nella storia

Posted by on 13 novembre 2005

a1945d.jpg E’ dal giorno in cui Violante nel 1994 parlò dei “ragazzi di Salò”, che mi chiedo perchè il partito che porta l’eredità del PCI e che si candida a forza di governo nell’alveo della tradizione socialista europea, abbia questa tendenza masochistica al fairplay.
Fairplay nei confronti dell’avversasrio politico onde evitare vittimismi e sindromi da complotto (non aver fatto la legge sul conflitto d’interessi quando ce n’era la possibilità), fairplay di fronte alla più grande anomalia politica nei sistemi democratici occidentali, fairplay nel rileggere la storia.
Il fariplay è un modo tutto nuovo di intendere la politica: o meglio, un modo per non-intenderla. Per de-radicalizzare il confronto, per sfuggire al conflitto.

Così D’Alema ha pensato bene (secondo le prime anticipazioni del nuovo libro di Vespa), forse compiaciuto delle immagini così sinceramente democratiche che ci arrivano dal processo a Saddam, di stigmatizzare errori di gioventù dell’Italia Repubblicana.
Subito correttosi, D’Alema riafferma convinto la propria posizione di non-revisionista:

Non mi iscrivo all’elenco dei revisionisti della storia. Resto convinto che l’uccisione di Mussolini, anche per il modo in cui è avvenuta, ha consentito che si continuasse ad alimentare il mito del Duce eroe tradito e non ha aiutato l’insieme del paese a fare i conti con l’esperienza tragica e le responsabilità del fascismo. Probabilmente hanno ragione gli storici che ritengono che un processo a Mussolini non sarebbe stato possibile perché non consentito dagli alleati, tuttavia una Norimberga italiana avrebbe aiutato il formarsi di una memoria storica condivisa.

In linea di principio il ragionamento è condivisibile: processare Mussolini avrebbe portato ad un’assimilazione più profonda, ragionata, del fascismo e dei suoi crimini. Lo Stato Repubblicano avrebbe potuto affermare la propria supremazia sull’autoritarismo, utilizzando le armi della giustizia e del diritto contro quelle del terrore e della violenza.
Ma è sbagliato fare storia con i se e i condizionali.
Perchè se ci si chiede quale memoria storica condivisa si sarebbe potuta formare con un Mussolini in galera e non appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, sarebbe altrettanto lecito chiedersi cosa sarebbe stato dell’Italia post-fascista senza quel gesto di così brutale esorcismo collettivo, di riappropiazione diretta della libertà d’agire (non da parte di uno stato democratico, ma di un popolo).
Saremmo qui dove siamo ora se in Francia non si fossero dilettati a tagliar teste ai sovrani?
E poi, come è possiblie giudicare la reazione di una città ferita, ancora sconvolta dall’eccidio dei martiri di Piazzale Loreto e delle centinaia di antifascisti uccisi nelle sue strade?

La memoria non condivisa, il culto del ventennio, la tanto richiamata pacificazione, sono problematiche vive ed ancora attuali.
Le ragioni di una frattura ideologica, che sotto molte forme si ripresenta, si attualizza, evolve senza perdere il senso originario, non vanno cercate nei mancati processi a Mussolini, ma nella fretta di dimenticare, nelle facili amnistie, nella Resistenza tradita, nella riabilitazione di gerarchi e miliziani (molti dei quali furono assunti come prefetti, poliziotti o carabinieri già alla fine degli anni ‘40), nel confondere torturati e torturatori quando, ancora calde del sangue dei partigiani, erano le prigioni fasciste..

[grazie a Martino per la segnalazione]

Comments

Respond | Trackback

Comments

Comments: