Il filo di Natale

Posted by on 30 ottobre 2005

Mentre Berlusconi si converte – torsione più che conversione, obtorto collo – a più “saggi consigli elettorali” dichiarandosi pacifista – ma poi qualcuno il lavoro sporco lo dovrà pur fare, prendersi le sue responsabilità, sorvegliare da dentro e blablabla – decadendo da fenomeno politico più significativo degli ultimi dieci e più a anni a caso umano, un luogo in cui terroristi islamici, guerriglieri maoisti, fame, miseria, monsoni e catastrofi naturali varie – certo non quelle innaturalissime causate dalla Union Carbide – falciano ogni anno decine di migliaia di esistenze, richiama la nostra attenzione per 60 morti. Certo, la psicosi paranoide terroristica è ormai sottopelle. Chiunque venga ucciso da un chiunque dagli occhi marroni e la barba ci getta nell’ansia (e nello sdegno, e nella costernazione) più parossistica. Abbiamo bisogno di giustificare a ritroso – appunto – un paio di guerre criminali scatenate contro nazioni di cui non conoscevamo la capitale fino alla caduta della prima bomba. Quindi che a New Delhi siano scoppiate tre bombe e siano morti quei 60 di cui sopra, fra un cinema e il mercato, pare divenire molto più
importante delle decine di persone che ogni giorno perdono la vita per la semplice assenza-di-cibo. In un paese in cui hindu e islamici si scannano dai tempi dell’indipendenza, e più appassionatamente dal ‘92 – anno in cui gli
estremisti hindu rasero al suolo la moschea di Aiodya – sono queste bombe a richiamare la nostra attenzione. Verrebbe da chiedersi, niccianamente: certo, la verità: ma perché la verità? Perché puntare i riflettori su questa?
Ad ogni modo, questo atto atroce, avviene proprio alla vigilia di una delle più importanti
festivitù hindu, Diwali, la festa delle luci. Una festa che una mia cara amica celebra qui in Italia, a suo modo,
per l’amore e l’attaccamento che prova verso il subcontinente indiano.
Che ci sia forse un altro motivo, in questa nostra attenzione – come sempre – un po’ strabica verso i fatti degli
altri? Che accadrebbe se una volta tanto, tanto per parafrasare una brutta canzone, gli altri fossimo
noi, e Natale non fosse quel momento di raccoglimento e stupore originario – per alcuni -, compere e orge enogastronomiche – per tutti? Se quest’anno gli sfigati fossimo noi? In realtà, questo è il punto, gli sfigati siamo tutti, e il divario di apparato fra noi e i cosiddetti altri, cioè i tecnicamente svantaggiati, è sottile come un filo di nylon
a cui stiano appese tutte le nostre città con tutte le loro articolazioni tecno-tecnologiche. Fra colpire New Delhi e Milano, fra attaccate Mumbai e Roma, passa davvero soltanto il filo di nylon di un apparato securitario un poco più strutturato, e un disciplinamento sociale un poco più efficiente in termini di autovigilanza. A richiamarci, dietro le sofferenze degli “altri” – quello che Baudrillard chiamava il Nuovo Ordine Sentimentale, cioè lo sfruttamento
“emotivo” delle altrui disgrazie – è la per nulla paradossale identità con quella sofferenza, o meglio destino. E il punto non è certo Al-Qaeda – una sigla ormai contenitore – né il terrorismo islamico in generale. E’ che sessant’anni di pace relativa dal punto di vista della Storia – lasciando perdere l’Universo – non sono niente. E non c’è power divide che
regga per garantire un qualche privilegio duraturo a una porzione di mondo contro il resto. La civiltà, la nostra civiltà, si regge s’un fondamento a sua volta non fondato, un fondamento pencolante, “appeso”. Un fondamento che, se scosso, sprofonda in men che non si dica, in un battito di ciglia, nell’abisso in cui è già immerso. Nylon, per chi non lo sapesse, è un neologismo, un acronimo, inventato dai chimici americani che lottavano contro lo strapotere
giapponese nella produzione tessile: la seta era per ragioni molto ovvie, il tessuto egemone nel commercio mondiale. Now You Lose Old Nip. A perdere qualcosa può essere chiunque, in questo mondo non retto da razionalità né divina né storica né naturale. Il nylon è un filo che si spezza. In questo non c’è nulla di strano, di sconvlgente. Non
serve lo sdegno. Serve lungimiranza, manutenzione. A suo tempo.

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