L’egoismo dei polli

Posted by on 24 ottobre 2005

“Capita ancora di sentirlo”, verrebbe da dire. In realtà è una valanga, una slavina nelle orecchie. In centinaia di versioni e mille salse: puoi contare solo su te stesso; trova la forza dentro di te; se non lo fai tu nessuno lo farà per te. Eccetera. Eccetera. Eccetera. Senza fine. La circolazione della saggezza egoistica, dell’individualismo sapienziale, dal tono iniziatico quasi, oracolare (nessuno sarebbe in grado di articolarne le ragioni in profondità, e allora chiunque lo avvolge di un tono il più possibile ieratico) pare la circolazione stessa del linguaggio, della comunicazione. Mentre il neoliberismo mostra ormai tutte le sue crepe a livello macrosistemico, dall’incapacità di governare il disordine globale alla spietatezza gratuita con cui rapina e miete milioni di esistenze singolari e irripetibili, il suo nocciolo duro, l’individualismo moderno, muta da ratio sufficientis ontologica a coniglio dal cappello per le masse, e come una pandemia dispiegata intride il linguaggio, le relazioni, il pensiero. Si ripete come un disco che salta, declinato in tutta la gamma del pensare e della sua simulazione: dalla formula newage al proverbio della nonna, dalla spremuta della lezione universitaria alla disperazione esistenziale mascherata da conquista psicologica.


Mentre il mondo si palesa sempre più come irrudicibilmente interconnesso, come inaggirabilmente coinvolto con se stesso, noi occidentali – proprio noi occidentali, che abbiamo battezzato questo “fenomeno” e ne abbiamo registrato il brevetto – camminiamo a gambero, cacciandoci sempre più angustamente dentro la stanza del nostro mondo privato: sempre più privato, da una qualsiasi e sempre più fantasiosa versione di comunità, alla tribù, alla famiglia, a noi stessi, ad “io”. Sempre più privato: di cose, persone, orizzonti: di relazioni. Negate queste, gettiamo ponti:
vengo io e poi gli altri non è (più) una decisione morale, ma il fondamento ontologico della nostra esperienza del mondo. Ma non si tratta né di un’eroico e disperato esempio di solipsismo filosofico (che è un’esperienza lucida di disintegrazione della realtà), né del doloroso e paziente arrischiamento a quell’impossibile graal che fu l’intersoggettività. Qui la sofferenza è quella di un rifiuto reiterato e senza sbocco, che chi subisce arriva ad accettare come legge e ad esercitare a sua volta verso il prossimo. L’essenza relazionale degli esistenti finisce ad
essere avvolta da un velo opaco e spesso: ad essere rifiutata, soffocata fino all’asfissia è, in conclusione, la nostra essenza di esseri estromessi da noi stessi verso gli altri, quell’essenza che è un bando, una crepa, un taglio, che ci getta, irriducibilmente, letteralmente in balia degli altri.
Ogni epoca e ogni luogo hanno, certamente, il loro “rimedio” a questo dono originario che è al tempo stesso una condanna: dalla violenza dell’omicidio e dello stupro a quella dell’intimazione all’organicismo gerarchico, alla violenza dell’organizzazione poliziesca di quell’organicismo moderno che è la “società”. La violenza dei nostri tempi è al tempo stesso più e meno brutale: è una violenza “libertaria”, “civile” – nel senso che è più civilizzata, e che s’impernia su quei diritti degli individui in quanto “cives”: ed è più invasiva, intrusiva. Protegge gli individui
per controllarli, per dare loro la forma stessa di individui. Forma di vita peculiarmente moderna, quella dell’individuo: una “invenzione” filosofico-politica che da una parte pone il fondamento della realtà nella percezione e volizione che della realtà il soggetto ha. E che dall’altra, circolarmente, “taglia” le relazioni infinite che “finiscono” il singolo gettandolo addosso alla “finitezza” altrui, decentrandolo nella maniera più estrema: scavandolo via, questo
“centro” che l’individuo pretende per sé come fondamento di sé e della realtà, nella maniera del “cogito”, della “sensazione”, dell’emozione. E’ una mossa eminentemente politica, si diceva: perché se la “polis”, comunque declinata, è nient’altro che lo spazio mondano del nostro essere insieme agli altri partecipando con gli altri degli altri, in quel modo specifico che è il pensarsi come tali; allora, una “polis” di individui irrelati sarà una forma assai singolare di “spazio politico”. Gli atomi ottenuti dalla negazione delle loro relazioni saranno infatti
aggregabili come molecole, le molecole in cellule, queste in organi e gli organi in organismi. Come la gravità “vuota” delle relazioni (Nancy parla non a caso “nihil”) aduna i singoli gli uni-agli-altri nel nessun-luogo di una comunità che non accomuna né tantomeno “fonde” o “fonda”, ma apre a partire dall’apertura del con-tatto; specularmente, questa forza aggrega i “liberi” individui fondati su se stessi in masse indistinte ed omogenee adatte ad essere ripartite
secondo funzioni: che siano quelle imposte dalla divisione del lavoro, quelle dei “riti” sociali di inclusione/esclusione o quelle della suddivisione del “popolo” per fasce di consenso elettorale. Ma come si diceva, la nostra epoca, seduta a cavallo fra postmodernità e postumanità, di questo indididualismo ce ne offre una versione ultraresiduale. La preminenza dell’individuo è una storia vecchia non solo per la filosofia, ma anche per le punte più avanzate
delle scienze umane, per alcune fasce della politica (anche “professionistica”), perfino per le neuroscienze. Come scriveva il buon Nietzsche riguardo alle idee, “il calore della terra raggiunge la sua massima intensità proprio quando il sole ha cominciato a tramontare”. E così, quella “ingiunzione dell’essere” che è l’individualismo moderno poggiato sul fondamento del soggettivismo cartesiano, che si dispiega in egoismo morale a partire dagli illuministi – già
quasi persa la memoria della propria provenienza – proprio laddove si disintegra per cedimento del suo proprio vuoto interno, sparge le schegge del suo guscio sul pianeta, penetrando gli individui massificati fino all’intimità della propria esperienza del mondo: come se il kafkiano messaggio dell’imperatore avesse raggiunto davvero e contro ad ogni previsione le provincie più estreme dell’impero; ma proprio quando l’annuncio, la notizia, l’ordine contenuto nel messaggio ha cessato la sua validità. E anzi accogliere l’annuncio, eseguire gli ordini, si rivela come
la possibilità più esiziale in assoluto. E’ il pianeta, mondializzato prima che globalizzato, cioè mostrato nella sua irriducibile finitezza e unicità – non abbiamo un altro “mondo”, oltre a non avere un altro “pianeta” – prima che unificato tecnoeconomicamente, a chiamarci, ora e non domani, a prendercene cura: cioè a prenderci cura di “noi stessi” che questo pianeta abitiamo, e di “noi altri” (come direbbe Nancy, recidendo ogni tentazione a fare delle relazioni un’identità) che questo mondo siamo. La fuga degli dèi, l’erosione del disincanto, ci hanno
condotto sulle spiagge di questo “mondo” che non è fatto altro che da noi esistenti. E di questo pianeta che non ha altri che noi che se ne prenda cura.

E’ facile immaginarsi la “convenienza” della mossa di cui si diceva per ciò che più volgarmente intendiamo quanto parliamo di “potere”, cioè per il sovrano, per chi comanda: per chi deve imporre un ordine al movimento libero ed estroso degli esistenti e delle relazioni. Ma il dubbio che ne consegue – che ne viene ai sudditi, ai comandati? – rivela facilmente come quell’accezione di potere che maneggiavamo fosse parziale e sviante. Il potere e la sovranità sono
disseminati lungo tutta l’articolazione – sempre nuova e imprendibile – delle relazioni stesse: insomma il potere intride le medesime relazioni, doppia la gratuità come il suo filo di refe. Se dovessimo davvero ragionare in termini di convenienza, farlo lucidamente e con un po’ di crudeltà dovremmo ammettere questo: che non solo per chi governa nazioni e pianifica l’ottimizzazione di produzione e profitti manipolare masse indistinte si offre come un’opportunità irrinunciabile. Sarebbe una maniera di pensare piuttosto ingenua. In realtà potere e sovranità seguono una logica piramidale insieme verticale e orizzontale. E altrettanto che l’agire e l’utilizzare ha di mira il difendere e il proteggere. La proprietà protetta nella mossa di conversione del singolo relazionale in individuo irrelato è certo politica ed
economica: ma pure, se non addirittura innanzitutto, ontologica. L’individuo irrelato è proprietario di se stesso come della propria proprietà: economica, giuridica, ecc… e non a caso queste ultime diventano la conditio sine qua non della proprietà soggettiva proprio a partire dalla contestazione storica dell’autorità regia. Senza averlo scelto, senza averlo voluto né tantomeno pianificato, noi occidentali abbiamo trovato nella morte di Dio (e per lo più della patria, delle ideologie rivoluzionarie quindi della storia, ecc…) l’occasione per sgravarci di qualsiasi “esterno” che potesse distrarci dal gravarci del fardello di noi stessi. Il nostro egoismo, come si accennava sopra, è la migliore difesa dal farci coinvolgere dal “destino” altrui: e non solo nel senso del destino disgraziato degli altri, dei loro bisogni, siano quelli imposti dalla povertà, dalla discriminazione o dal disagio esistenziale; ma anche e innanzitutto da quel destino che è né più né meno che l’altro che ci chiama in quanto “chi” al di qua di tutti i suoi attributi (povero/ricco, giovane/vecchio, uomo/donna, sano/malato ecc…), del “bisogno” nostro e altrui che il “chi” che ci si para davanti innesca, inaggirabilmente. Ma, di nuovo, questo egoismo è in realtà egotismo, è una premura di sé che poggia inconsapevolmente su di un’individualismo imposto dalle stesse relazioni infinite che dovrebbo aprirci alla nostra
finitezza che è apertura, offerta, agli altri. Relazioni, che ruotando all’inverso rispetto alla propria essenza, ci ripetono continuamente: prima te e poi gli altri. Giocando a fare gli egoisti, per ambizione o delusione, finiamo per torcere la nostra essenza all’individualismo. Al paraddosso del Barone di Munchausen che tenta di sollevarsi per i capelli. Neghiamo (nella maniera di un diniego che la psicanalisi diagnosticherebbe nevrotico) che siamo noi stessi nella misura in cui siamo esposti, gettati agli altri, attraversati e “mossi” da altro che resta un mistero – non un segreto o un arcano, ma quel mistero che Heidegger chiama essere, e che anche se nominato come essere-gli-altri non cessa affatto, al contrario, di essere un mistero, il mistero per eccellenza.

Se il mondo è il nostro spazio, luogo, “politico” – il pianeta come insieme dei viventi, umani e non umani, che lo abitano in maniera “ormai” interconnessa; e il “mondo” nel suo senso più proprio e profondo: cioè l’essere come articolazione infinita del nostro essere-con – questo “individualismo dal basso” che ci si para davanti è molto più che un desolante panorama esistenziale. Dice di un mondo che piuttosto di essere abbandonato a se stesso, e cioè alla
propra stessa cura, a quella cura che è abbandono, e cioè lasciar-essere, apertura, diviene campo di battaglia di affermazione e di conquista di “unici” all’inseguimento del proprio spazio vitale: il mondo è ciò che gli individui, neppure più per scelta egoistica, ma per invalicabile soggettivismo (sono “chiuso” dentro me stesso), tentano di conquistare, incorporare, annettere. E se non sono più le libere relazioni a “fare” il mondo, nei loro movimenti di
allontanamento e avvicinamento, adunanza e fuga, cura e rifiuto, amore e odio, allora queste monadi che siamo ormai costretti a immaginarci di essere, non potranno fare altro che muoversi sul registro del fagocitare ed espellere, “esprimere” (modalità a cui s’è ridotta l’esperienza creativa, come se si trattasse di “vomitare” qualcosa addosso a più possibili qualcuno) o ritenere nel proprio ambito “privato” (l’unico spazio controllabile in un mondo governato da un turbinare caotico). Come se la pelle, il non-luogo del con-tatto, cioè dell’evento, dell’avvenire del con-, si fosse rovesciata verso l’interno, a “sentire” quella “propria intimità” che tutto è fuorché “propria”, ed invece, estromessa, comincia proprio a cominciare dove “inizia l’altro” (la dislocazione spazializzante dell’origine). Come se l’orecchio ascoltasse i “propri” pensieri – per appropriarsene meglio; come se lo sguardo si rovesciasse verso l’anima, luogo “eterno” delle idee. Una vera e propria tendenza all’implosione a cui si rimedia con un’esplosione esterna: quella dell’agire: esprimere, fare, affermare. Invece che cominciare col con-tatto, l’emozione diventa un sentir-si, un sentire-sé da espellere fuori. Niente di più facile, date queste condizioni, questi “ganci”, “appigli”, dell’appendere tali individualismi irrelati al loro bisogno di concorrere, e neppure più per un posto di lavoro
o una carriera: ma per quello che siamo costretti a chiamare con inevitabile amarezza “successo esistenziale”. Diventare scrittori o artisti, operatori sociali, godersi il concerto dell’ultimo gruppo di successo – fosse pure un successo di “nicchia” -, votare per le primarie dell’Ulivo – non a caso “elezioni” bloccate tanto quanto lo saranno le sciagurate liste previste dalla nuova legge proporzionale. Esprimere e inghiottire, vomitare e divorare, rispondono ormai alla stessa economia interna della vita, della forma-di-vita di un’esistenza ridotta anche progettualmente – pur se in assenza di consapevolezza – a soggetto. Ci sono dei bei versi di Antonio Machado che Massimo Cacciari ama citare: “Ama il tuo prossimo come te stesso/ ma non dimenticare che è un altro”. A cui si sarebbe dovuto chiosare, prima che fosse troppo tardi: “Ama te stesso come un altro, perché solo così potrai amarti”. E’ troppo tardi? E’ troppo tardi, per prendersi cura, se non del mondo che siamo, almeno di questo pianeta che abitiamo?

Comments

Respond | Trackback

  1. anto logia … la miniera no eh? ;-) )

    salut U
    p.s. notare la faccina
    p.s 2 per farmi perdonare l’acidità ti faccio trovare un caffe’ americano pagato al bar ;-) )

Comments

Comments: