Per cominciare, una piccola considerazione, niente più di una considerazione: tutto quel che ci hanno raccontando sulle elezioni tedesche è falso. S’aprano pure le cataratte delle accuse di dietrologia, mancanza di serietà, psicosi. Poi si vadano sfogliare i quotidiani di quei giorni, a ridigerirsi i TG, e ci si chieda qual è la notizia che sarebbe venuta dalla Germania. I sondaggi sbagliano, Berlusconi può recuperare. Ah. I socialdemocratici hanno recuperato; hanno perso ma hanno vinto, la Merkel ha vinto ma ha perso. Lo spettro della Grosse Koalition.
Ah. Complicato ma spettacolare. Che la cosiddetta “estrema sinistra” sia arrivata all’8,7% dei voti, e che l’area complessiva del “centro-sinistra” tedesco si attesti intorno al 52% dev’essere davvero uno scherzo, magari della mente, di un calcolo matematico più che astratto, fantasioso.
Partiamo da questa fantasia alla quale più sopra davamo persino la consistenza di considerazione. Facciamo finta che sia una realtà. Se fosse una realtà avremmo come conseguenza che le promesse neoliberiste dell’accoppiata Merkel-Kirchhof sarebbero state per lo più rimandate al mittente. Che il calo di consensi di Schroeder più che con la timidezza nella riforma del Welfare e nelle liberalizzazioni avrebbe a che fare con la violenza del suo impatto sulla “ricchezza” dei più poveri e sui legami sociali – ovvero, esattamente il contrario. Che, di fatto, la sinistra in Germania potrebbe governare con mandato pieno e legittimo, non solo perché di un sistema proporzionale ci si avvale in quel paese, per cui i governi si fanno in parlamento e non in campagna elettorale, ma anche e soprattutto perché proprio quel mandato, quella svolta inversa a quell’altra ancor-più-liberista, è il mandato concesso dagli elettori; che la sinistra potrebbe governare se solo si mettesse assieme senza farsi – la Spd – tremare i polsi per le ricadute a breve sugli scambi borsistici e sulla gabbia economico-finanziaria europea.
Si avrebbe, se la fantasia fosse realtà, che i cittadini tedeschi avrebbero messo letteralmente a soqqadro la stabilità di un sistema continentale fondato sulla compressione sistematica del welfare e delle politiche sociali. Di più: sullo strangolamento di qualsiasi alternativa sostanziale al neoliberismo armato intesa come alternativa più che sociale, politica in senso pieno – cioè come i cittadini abitano, partecipano la polis -, esistenziale.
Nella frammentazione dei partiti e nel rischio di una sostanziale ingovernabilità, favorito dalla nostra memoria che – non solo per negligenza, ma anche naturalmente – s’appanna, più che della Grosse Koalition ad intravedersi è lo spettro di Weimar. Ma frammentazione e instabilità sono solo due degli elementi che ci rimandano a quel passato.
Che testimonia un bisogno e un desiderio di cambiamento profondo calpestato prima che dalla catastrofe nazista, dalla furia moderata. Dal terrore di una crepa nell’ordine sociale, da cui potesse affacciarsi un qualche mondo
nuovo. Brandendo lo spauracchio bolscevico i socialdemocratici s’inventarono una norma che permetteva la sospensione dei diritti civili di cittadini considerati pericolosi, in momenti giudicabili di particolare minaccia all’ordine politico-istituzionale. La norma, pensata e applicata all’indirizzo dei militanti dell’estrema sinitra, sarebbe stata usata dai nazisti per segregare, deportare e sterminare milioni di oppositori politici, malati di mente, zingari, omosessuali: e gli ebrei.
Se la paura testimonia di un rischio reale, il senso del rischio non è solo il pericolo, la possibilità di una perdita irrimediabile, ma anche la possibilità in senso puro, l’apertura, la libertà. Un passaggio il cui esito non è deciso in anticipo, né è calcolabile, ma che, proprio per questo, attraverso il rischio del fallimento e della perdita, apre al
nuovo. Non semplicemente a una conquista (come se si trattasse di una logica sacrificale in cui si sopprime un mondo per ottenerne un altro), ma ad un orizzonte da abitare. La paura allerta, ma mettendo in allarme pure
indica, mostra, traccia. Se i nostri occhi si fermano ad essa, invece di spingersi oltre, a ciò che indica, come chi guarda al dito che fa segno alla luna, la paura diventa tutto il nostro mondo. Chiude le porte sul futuro, che impossibilitato a sbocciare, implode verso il presente, distruggendo qualsiasi possibilità di qualcosa che si potrebbe chiamare “mondo”.
Senza rischio non c’è protezione, senza nuovo non c’è custodia né memoria. Senza trasformazione non c’è nessun “noi”, “io”, “te”, “qualcosa” che resti da difendere nella sua integrità.
Ora, facciamo di nuovo finta: che questa Europa al tempo stesso frammentata politicamente e ingabbiata dai parametri e dalle leggi del mercato, abbia paura. Della rimessa in discussione dei privilegi, delle consuetudini etiche, della struttura stessa del suo “impianto”.
E chiediamoci: perché quella che ci è parsa una considerazione, dovrebbe essere una fantasia?