Tutti abitiamo contemporaneamente il mondo della luce e quello dell’ombra, quello dei vivi e quello dei morti. Quando si scende nella notte non si può sapere in anticipo quel che incontreremo, se i demòni o l’angelo, se questo, una volta incontrato, si trasformerà in quelli, e se anche una volta che la trasformazione sia avvenuta non sia possibile quella inversa, e poi di nuovo l’inversa dell’inversa, di perdita in redenzione, di salvezza in supplizio; se incontreremo tenebre, o l’aurora, se torneremo oppure no: se una volta tornati ci toccherà ripartire, e per quante volte; o se ad attenderci sia una eterna notte rovinosa, una volta per tutte, magari alla prima discesa. Non c’è una previsione possibile, un calcolo che regga, non un “questo… per quello…”, non c’è un perché. Eppure noi scendiamo, anche contro la nostra volontà; e non a volte, ma continuamente, soprattutto non distintamente dalla nostra vita diurna. Noi discendiamo continuamente fra i morti, nell’oscurità, proprio mentre viviamo accanto ai vivi e nella luce. La morte
non è semplicemente un rischio, ma il cuore pulsante della vita stessa, come questa lo è di quella.
E tuttavia, alcuni fra di noi, rischiano la discesa più di altri. Sono coloro che sulla tenebra hanno gli occhi spalancati, che nutrono un vero amore per la notte, e che ne sono contraccambiati. Questi, quando ritornano dal loro viaggio, e se ritornano, portano con sè una luce più remota, luce siderale, un’aurora che sboccia su altri mondi. Se non amassero la notte tanto da perdervisi questo chiarore ci rimarrebbe sconosciuto.
Questi che abitano il nostro mondo solare, ma segretamente ne sono lontani, sono i fragili, i visionari, i folli. E i poeti.
A volte la notte, quasi li amasse troppo, li trattiene con sé. Noi, dal nostro mondo, li diamo per perduti. E se invece
fossero tornati? E se ai loro occhi solamente, si schiudessero splendori, che ai nostri rimarranno del tutto e per sempre inaccessibili?
la seconda che hai detto
)
bentornato tra queste pagine