Saranno pure state dietrologie di chi non voleva arrendersi all’evidenza del fortuito incontro tra un proiettile impazzito ed un sasso spiovente dal cielo, ma sinceramente ora viene spontaneo chiedersi, se tutto ciò faceva parte del contratto…
Month: settembre 2005
Un discorso inutile
Tutti abitiamo contemporaneamente il mondo della luce e quello dell’ombra, quello dei vivi e quello dei morti. Quando si scende nella notte non si può sapere in anticipo quel che incontreremo, se i demòni o l’angelo, se questo, una volta incontrato, si trasformerà in quelli, e se anche una volta che la trasformazione sia avvenuta non sia possibile quella inversa, e poi di nuovo l’inversa dell’inversa, di perdita in redenzione, di salvezza in supplizio; se incontreremo tenebre, o l’aurora, se torneremo oppure no: se una volta tornati ci toccherà ripartire, e per quante volte; o se ad attenderci sia una eterna notte rovinosa, una volta per tutte, magari alla prima discesa. Non c’è una previsione possibile, un calcolo che regga, non un “questo… per quello…”, non c’è un perché. Eppure noi scendiamo, anche contro la nostra volontà; e non a volte, ma continuamente, soprattutto non distintamente dalla nostra vita diurna. Noi discendiamo continuamente fra i morti, nell’oscurità, proprio mentre viviamo accanto ai vivi e nella luce. La morte
non è semplicemente un rischio, ma il cuore pulsante della vita stessa, come questa lo è di quella.
E tuttavia, alcuni fra di noi, rischiano la discesa più di altri. Sono coloro che sulla tenebra hanno gli occhi spalancati, che nutrono un vero amore per la notte, e che ne sono contraccambiati. Questi, quando ritornano dal loro viaggio, e se ritornano, portano con sè una luce più remota, luce siderale, un’aurora che sboccia su altri mondi. Se non amassero la notte tanto da perdervisi questo chiarore ci rimarrebbe sconosciuto.
Questi che abitano il nostro mondo solare, ma segretamente ne sono lontani, sono i fragili, i visionari, i folli. E i poeti.
A volte la notte, quasi li amasse troppo, li trattiene con sé. Noi, dal nostro mondo, li diamo per perduti. E se invece
fossero tornati? E se ai loro occhi solamente, si schiudessero splendori, che ai nostri rimarranno del tutto e per sempre inaccessibili?
Visone Senatore!
Visone Senatore! Per chi non conoscesse la figura e la vita di Giovanni Pesce, Visone e Ivaldi nella resistenza torinese e milanese, comandante della 3° GAP a Milano, questa può essere la volta buona.
Qui trovate una biografia.
Qui una recensione del libro, consigliatissimo, “Senza Tregua”.
Qui la raccolta di firme per farlo Senatore a vita. E’ evidente che non si arriverà al risultato: è da tempo persona scomoda, testimonianza di un antifascismo inflessibile esercitato nella più totale clandestinità nelle città occupate, nel cuore del nemico nazifascista.
Un antifascismo meno mlitaresco e più terroristico: scevro da divisioni e brigate, da gerarchie e logiche da esercito, e fatto più di documenti falsi, rifugi clandestini, omicidi mirati, bombe, sabotaggi.
Ma il gesto di una firma prescinde dal risultato che non se ne otterrà; è un gesto di riconoscenza verso una persona rara che si è messa in gioco, più di altri, nella lotta per la libertà.
I bambini islamici
I bambini islamici devono andare nelle scuole statali e imparare la lingua italiana: personalmente sono contrario a qualsiasi forma di educazione parallela che servirebbe solo a ghettizzare gli islamici in Italia, a farne una enclave nel nostro territorio ovvero l’esatto contrario di quell’islam italiano che vorrei io
Ministro G.Pisanu
Contrario a qualsiasi forma di educazione parallela? Ma a cosa siamo di fornte, all’istituzionalizzazione dei due pesi e delle due misure? Laicismo per i musulmani e soldi per i cattolici? Si chiudono le scuole islamiche parificate e si tengono i crocefissi in ogni aula?
Far West
Copio e incollo da Repubblica.it, a firma di Daniele Mastrogiacomo.
“La reazione, anche questa carica di rabbia e di violenza, è arrivata tra sabato notte e ieri mattina. I 50 mila soldati, poliziotti e volontari hanno decretato una sorta di legge marziale. Una vera licenza per uccidere. Si sono accaniti soprattutto i riservisti. Oltre a barche, gommoni, persino moto d’acqua, hanno caricato di armi i loro pick up e sono sbarcati a New Orleans con una gran voglia di menare le mani. Qualcuno è stato rispedito indietro. Aveva svuotato l’armeria vicino casa e si era portato appresso persino un bazooka. Ieri mattina l’ultima sparatoria su un ponte: un pattuglione ha ucciso 6 o 7 criminali che li avevano sfidati con i loro fucili.
Abbiamo visto e incontrato i riservisti. Qualificarsi come giornalisti è come un insulto. Solo l’accortezza di alcuni poliziotti con cui abbiamo diviso gli ultimi giorni, ci ha evitato un arresto del tutto arbitrario o qualche proiettile. In America tutti girano armati per difesa. Ma quello che è accaduto fino a ieri sera si chiama omicidio. Volontario. Un ragazzo di 16 anni è stato investito da un’auto della polizia e poi finito con un colpo di pistola in testa. I comandi ammettono gli episodi. “Stiamo facendo del nostro meglio”, dicono, “con le riserve che abbiamo, ma la maggior parte si trova in Iraq”.
Quasi 200 morti sono già allineati all’aeroporto internazionale. Ma non tutti sono vittime di “Katrina”. Decine di persone sono sparite, date per disperse e poi ritrovate nei vicoli, sui marciapiedi, sotto i ponti, i cavalcavia, nelle case, dentro i cassonetti. Uccisi a colpi di pistola e fucile. Inghiottiti nel buco nero di questa Apocalisse.
L’inviato di Repubblica sembra sinceramente sconvolto.
Una situazione di totale Far West, dove gang e bande armate hanno controllato per giorni la città martoriata. Questa di per sè è una prova terribile che, in assenza della cappa repressiva sicuritarista, una metropoli del più potente stato del mondo non è in grado di autogestirsi e autorganizzarsi, sguarnita com’è di relazioni e legami comunitari e vinta dalla barbarica legge del più forte.
Ma forse più sconcertante è la reazione: alle gang si contrappongono le bande armate di riservisti, che, equipaggiati con armi da guerra, si gettano nella mischia investiti di un patriottico eroismo da “salvatori della patria”.
Alla violenza si contrappone violenza legalizzata. Il diritto appare come un optional futuribile, non un obiettivo necessario quanto urgente.
Ogni americano ha un’arma per difendersi scrive l’inviato di Repubblica.
Ma in questi contesti, chi stabilisce il confine tra difesa e giustizia sommaria?