Day: lunedì, aprile 4, 2005

E voi filosofi che dite tutto è male

Posted by – 4 aprile 2005

Sul quotidiano di più grande tiratura del nostro paese, in uno dei – volenti noi o nolenti – più clamorosi e memorabili momenti della storia degli ultimi anni, nel mezzo di una vera e propria mareggiata di unanimità del sentire e del giudicare, un momento che per tutti i cristiani e non solo si configura come “affettivamente apicale” – un momento di intensità emotiva straordinaria per la quale ciò che accade fuori di noi si marchia a fuoco dentro di noi – il filosofo Emanuele Severino ha il privilegio di esprimere il suo pensiero sul significato del pontificato del Papa appena scomparso in un corsivo in prima pagina. Un vero privilegio, ancora prima che un onore e magari un onere, dato che la cassa di risonanza della voce che parla, per il momento e la posizione, ha una misura praticamente incalcolabile, in termini di intensità e profondità ancora prima che di estensione.
E cosa dice l’ormai insigne filosofo veneziano? Che cosa dice, quasi parlando dall’interno della nostra anima – questa è la posizione che il momento gli assegna – ai penetrali – questa è la forza, la propulsione che la voce acquisisce da quella posizione – dell’anima stessa? Non esprime solo un giudizio positivo. Non solo assegna, come tutti, un altissimo valore al Papa appena scomparso e al suo pontificato. Non solo elegge tale valore a misura e antitesi del disvalore – che si fa assoluto – dei totalitarismi (ma del totalitarismo comunista si parla qui, siamo onesti). Fa molto di più: assegna al Papa un valore altissimo, assoluto, nella sua lotta contro le “filosofie del male”, contro quella “filosofia dell’ultimo secolo e mezzo” che “è la punta d’acciaio che anima, dà forza” al “nostro tempo”, e che “mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile”, “mostra che il sacro e il divino concepiti come dimensione eterna che domina il divenire e la storia sono impossibili”. Non ‘fa i nomi’, Severino, perché ormai gli ‘inventori del nichilismo’ li conoscono tutti, per la pubblicità che lo stesso Severino, altri filosofi che s’impegnano nella divulgazione giornalistica e televisiva, e diversi prelati, alti e meno alti, e in maniera ancora più ‘autorevole’, lo stesso Giovanni Paolo II, hanno riservato loro. Nietzsche, Heidegger, e poi tutti i ‘postmoderni’, i ‘relativisti’, ecc…, da Derrida a Vattimo, passando per tutti quei ‘francesi’ dal nome udito di sfuggita e un po’ difficile da pronunciare. Né Severino nomina direttamente il “nichilismo”, come “anima” del nostro tempo, o la “Tecnica”. Ma anche queste sono parole, ormai e davvero, sulla bocca di tutti. Una vera moneta comune laddove si tratti di chiacchierare di un disvalore qualsiasi (ormai, fra amici, una battuta cinica – anche solo scherzosamente cinica – basta per beccarsi, fra risate o facce serie poco importa, l’epiteto di “nichilista”, niente meno ).
Tutti sanno di cosa Severino stia parlando, tutti comprendono perfino che il non usare quelle parole si configura né più né meno come esercizio di stile – non lo dico perché è ovvio, ma quell’ovvio prende forza proprio nel momento in cui lo taccio davanti a chi lo conosce, e per l’appunto lo dà per ovvio. Lasciando perdere che per Severino stesso vedere nel Papa un baluardo contro la “potenza del pendio” che ci trascina verso “la tragedia, che a valle, aspetta il torrente” della nostra storia, si configura come una conversione – quante volte ha insistito Severino anche dalle pagine del Corriere sulla “debolezza” della Chiesa, quella “volontà di potenza che, sconfitta, implora”? Lasciando perdere questo dettaglio – che in realtà non è un dettaglio – viene da chiedersi che cosa resterà di questa morte, di questo “momento apicale”, quando sarà passato: che cosa resterà marchiato a fuoco nei penetrali della nostra anima, di questo momento di lutto e insieme di celebrazione, che cosa lascierà inciso nel nostro cuore la “grandezza” di questo Papa trapassato, che ancora in certo modo trapassa nei riti e nelle cerimonie? Come usciremo da questo bagno di emozioni e profezie, di rammemorazione gloriosa e nostalgica, di misteri rivelati che riverberano ancora tutta la forza della loro segretezza, misteriosità e mistericità? Come usciremo da questo fiume di sentimenti, visioni e veggenze? Di Karol Wojtila Severino dice che è stato “come uno che, in mezzo a un torrente in piena, sostenga che l’acqua va dalla valle al monte”. E che “lo ha sostenuto nel modo più vigoroso, e anche ha agito nel modo più vigoroso perché l’acqua andasse verso il monte”. Mentre “il mondo laico ha l’enorme vantaggio di procedere nella direzione del torrente: da monte a valle. Solo che se ne è dimenticato”. Leggiamo l’intero ultimo paragrafo: “Il mondo laico, ormai, si limita a galleggiare. Non vede più la potenza che all’inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del pendio. E’ divenuto a sua volta una fede che si oppone a quella religiosa; un dogma in cui si ripete che Dio è morto o si esibisce un sussiego dietro il quale non c’è alcuna profondità. Continuando a voltare le spalle all’essenza della filosofia, oltre a galleggiare, si taglia il ramo su cui si è seduti. Forse si intravede la tragedia che, a valle, aspetta il torrente, ma si evita di guardarla in faccia e di assumersi la responsabilità del tempo presente. Che porta lontano dalle sicurezze del passato, ma di cui non si sa comprendere il senso, le possibilità, l’esito”.
Disvalore sommato a disvalore: la cultura laica, ma il mondo stesso, tutto intero, di cui quel laicismo è impregnato, non solo è nichilista, ma neppure lo sa. Male sommato a incoscenza del Male. Come un ubriaco alla guida di una Porsche s’una rampa d’autostrada non finita. O come i Proci che ridono mentre Ulisse già li trapana di frecce.
A me vengono in mente diverse cose, e cose diverse: che nonostante la mia esistenza non sia affatto semplice – ma quale esistenza è semplice, in tempi tanto nichilisti, no? – stamattina sono andato al mercato a comprare frutta e verdura e, a parte qualche prezzo un po’ alto, male non si stava. Che dopo simili, inutili e piacevoli passeggiate verrebbe voglia di rovesciare il Voltaire del Terremoto di Lisbona (quello di “voi filosofi/ che dite tutto è bene/ guardate…”). E poi mi vengono in mente questi versi di un poeta che è tanto amato dai nichilisti, ma che per essere definito storicamente un nichilista è vissuto troppo presto: “C’è chi ha timore/ ad andare alla fonte./ Ma la ricchezza comincia/ con il mare” (Friedrich Hoelderlin, Rimembranza)