Il Papa, lo ripetono tutti, ha fondato il suo stesso pontificato s’una sorta di alleanza, se non di sintesi, fra il messaggio cristiano e le sue pratiche e l’efficacia della tecnica moderna. Essere in ogni luogo nel medesimo istante attraverso i media, e giungere dovunque possibile grazie a quella tecnologia (ancora “pesante”, ma postmoderna dell’organizzazione) che riduce fisicamente le distanze via terra, acqua e mare. L’esposizione (su questo termine si soffermava Cacciari quasi ossessivamente ieri sera in televisione) del suo stato di salute, del suo dolore, di più: di ogni minimo dettaglio, fibra diremmo, della sua condizione, della sua carne, durante i numerosi momenti di malattia e massicciamente, minuziosamente, durante quest’ultimo momento che l’ha portato dal primo ricovero in ospedale fino al coma profondo; la presa quasi diretta costituita da bollettini medici e dichiarazioni sui movimenti ondeggianti del suo male, sulle progressioni e sollievi e ricadute, che ci fa (noi, tutto il mondo) quasi sentire al suo capezzale. Queste maniere, volontarie o meno, volute e scelte o solo prodotte da scelte e decisioni precedenti, consegnate dunque, della vicinanza, apparterrebbero insomma alla natura stessa e medesima di tutto il pontificato di Giovanni Paolo II, ormai sempre nominato con compiaciuta confidenza come Karol Wojtila. Nessuna differenza fra il parlare alle platee innumerevoli di giovani, mostrarsi in carrozzella e le agenzie che descrivono minutamente, attimo per attimo, i decorsi del suo stato. Il rivelare pubblicamente le (probabilmente ultime) parole pronunciate prima dell’incoscienza senza ritorno. L’arrovellarsi su quanto dolore prova, su quanto barlume di sé permane e quanto, valcata la soglia, mutato in altro, “già vede Cristo”. Non solo il Palazzo del Potere, di solito parco, come ogni Palazzo, di verità, pare spalancato. Ma perfino sul corpo, e addirittura sull’anima, di Wojtila, è puntato un gigantesco riflettore. C’è la buona e cattiva fede in questo. Ci sono strategie di potere, consapevoli o meno, anch’esse in buona o cattiva fede. Ci sono emozioni, promesse, desideri di partecipazione da dentro e da fuori: di partecipare e di far partecipare. Di condividere il dolore, il senso del dolore e della morte, di sopportarlo insieme, di non essere esclusi. Ma c’è di più, e non uno dei filosofi che ho ascoltato durante la giornata di ieri interrogarsi e rispondere sul senso del pontificato di questo Papa e sul senso di questo momento, sembra esserne incuriosito o colpito: c’è un mutamento radicale nella percezione stessa della morte, di quella morte singolare che dà forma all’esistenza singolare di ognuno – che è anche morte condivisa, si muore “gli uni agli altri”, si badi. Il che significa che qui, più che nel caso di Terri Schiavo, i confini fra la morte e la vita, fra cos’è e cosa non è un’esistenza, e un’esistenza e una morte davanti, rispetto a, gli altri, si ridisegnano. In modo diverso, certamente, dal caso di Terri Schiavo. Ma in modo più sottile e insieme più profondo. E davvero, del tutto nuovo. E’ questa novità che colpisce, che fa la profondità e la forza di mutamento di questo evento, di questo evento di morte. Ma io sono davvero troppo sensibile, e lascio a voi l’indagine diretta. Il mio televisore è spento, internet si apre solo sulla musica.