Month: luglio 2004

Bell’Europa

Posted by on 12 luglio 2004

www.corriere.it
PARIGI – Erano in sei sul vagone della RER, la metropolitana che collega la periferia della Val d’Oise con Parigi. Sei «prototipi» di quartieri difficili: una banda di giovani immigrati, armati di coltello, che terrorizzano passeggeri e si abbandonano al vandalismo. Venerdì mattina, la vittima designata è una madre di 23 anni, con un bambino di 13 mesi in carrozzina. L’hanno insultata, pestata e derubata. Le hanno tagliato i capelli. Le hanno strappato i vestiti per tracciare sul ventre tre svastiche con un pennarello. «Sei ebrea», hanno urlato, prima di fuggire alla stazione successiva, travolgendo nella corsa la carrozzina con il bambino.

Ma la giovane impiegata non è ebrea. Gli aggressori se ne sono convinti frugando nel suo zaino, scoprendo dai documenti che abita nel sedicesimo quartiere di Parigi, quartiere chic, quartiere ricco, quindi popolato da ebrei, secondo la logica infernale che traduce in antisemitismo e antagonismo razzista la miseria sociale dei ghetti metropolitani. L’episodio è una conferma del clima di paura e del ripiegamento della società francese di fronte a questa logica.

Nessuno dei passeggeri è intervenuto, nessuno ha soccorso la giovane, nessuno ha denunciato, nessuno, almeno fino a ieri, aveva risposto all’appello della polizia per raccogliere testimonianze. Buio completo e pochi indizi, basati sul racconto confuso della giovane che si è presentata al commissariato di Garges-Sarcelles.
«C’erano una trentina di passeggeri, nessuno mi ha aiutato», ha detto al telefono a Nicole Guedj, sottosegretario del governo per le vittime del razzismo. «La donna è terrorizzata, in uno stato psicologico difficile», ha aggiunto la Guedj. Secondo il racconto, gli aggressori sarebbero quattro maghrebini e due africani, armati di coltelli. «Mi chiedo in che società viviamo, a quale livello di barbarie siamo arrivati», denuncia Patric Gaubert, segretario della Lega per i diritti dell’uomo.

L’aggressione ha suscitato enorme emozione. Proprio in questi giorni, il presidente della Repubblica, Jacques Chirac, ha rivolto un solenne appello perché i francesi si mobilitino contro fenomeni che sporcano l’immagine della Francia. Chirac aveva parlato a Chambon-sur Lignon, il «villaggio dei giusti», perché qui vennero protetti dalla deportazione migliaia di ebrei. Un’azione eroica, in contrasto con il diffuso collaborazionismo della Repubblica di Vichy.
Secondo le statistiche, il numero di episodi d’intolleranza nei primi sei mesi di quest’anno ha già superato il numero dello scorso anno.

Si contano 135 episodi contro ebrei e 95 contro neri e maghrebini. «Il problema è l’impunità, perché gli atti di antisemitismo sono considerati delitti d’opinione e non hanno seguito giudiziario», denuncia Roger Cuckierman, presidente del Consiglio rappresentativo degli ebrei francesi. Ieri, il presidente Chirac ha detto di essere agghiacciato e auspicato che gli aggressori siano perseguiti con la massima severità possibile. «E’ un’infamia, un atto odioso perché si rivolge contro una donna e perché viene considerata un’ebrea», ha detto il presidente della regione parigina, Jean-Paul Huchon. Per oggi, su iniziativa di partiti e associazioni, è prevista una manifestazione con i sindaci della regione.

M. Na.

Il prossimo tuo come te stesso

Posted by on 8 luglio 2004

Pare che un “ammiratore tunisino dei due sceicchi” bin Laden e al-Zawahri, si sia preoccupato di tradurre sul sito www.arsanet.ws un messaggio del primo, con l’invito di diffonderlo in Italia. Nell’invito si legge anche lo scopo del dono: «Dato che l’Italia è il paese che sembra più esposto agli attacchi dalla base Jihad… e dato che la posizione geografica dell’Italia ne fa un vicino bersaglio… e in considerazione della malevola politica del suo primo ministro che è sostenuta dal popolo italiano… ho iniziato a tradurre la parola dello sceicco Osama, che Dio lo protegga, all’Italia… chiedo agli amici di studiarlo e di pubblicarlo su siti italiani» .In molti hanno letto in queste righe un messaggio un poco più riposto e molto più inquietante: i prossimi siamo noi. Che fino adesso siamo stati risparmiati, che non abbiamo ritirato il nostro contingente “umanitario” dall’Iraq, che non abbiamo neppure per un momento messo in dubbio la partecipazione all’«alleanza contro il terrorismo» inventata dal texano dislessico. La tregua di tre mesi, offerta e rifiutata, ma in qualche modo, pare, applicata unilateralmente, sta per finire, e si fa sapere all’Italia che, fra i paesi europei, i prossimi siamo noi. Fra questa minaccia, che appare più o meno velata a seconda di quanto si sia addentro al linguaggio dei terroristi, e la realtà di saltare per aria prendendo un autobus, un treno, un metrò, visitando il Duomo di Milano o San Pietro, si colloca un intervalllo dispercettivo, che accoglie in sé i più disparati sentimenti: dalla paura all’indifferenza, dalla paranoia all’ironica incredulità. Ognuno di noi ha provato questi sentimenti negli ultimi tre anni, alternativamente o insieme: quante volte ci siamo detti “ho paura, ma cerco di non pensarci”, o al contrario “non credo accadrà qui, ma ne sono ugualmente terrorizzato”? Terrore, appunto, la strategia del terrorismo. Acquisire il potere, attraverso azioni eclatanti e simboliche, ma insieme indiscriminate, di seminare la paura attraverso le sole minacce. Ognuno può essere un obiettivo, perché ognuno può essere un simbolo e diventare uno strumento. Perché, viene da chiedersi, quella che pare una minaccia più chiara e diretta di altre, finisce per avere un posto così risicato nella gerarchia mediatica delle notizie? Forse perché siamo assuefatti, abbiamo sviluppato un certo grado di tolleranza. Ma se questo è vero, se è vero che lo stato di allarme in cui il nostro inconscio è costretto da tre anni a questa parte ci impedisce di balzare davanti ad una minaccia (quasi) frontale, allora qualcosa è successo di molto profondo e molto grave, dentro di noi. A parte la questione della nostra salute psichica, certi meccanismi hanno fatto presa con tanta forza su di noi da girare ormai a pieno regime, ed autonomamente. Non c’è bisogno di essere più minacciati, per sentirsi minacciati. Nuove minacce non fanno altro che mantenere il “livello terapeutico” – quel livello minimo che permette l’efficacia di un “farmaco” – al di sopra di una soglia funzionale. Ma questo significa anche che non è più necessario essere allarmati, per essere in allarme. Sul fulcro del terrore stanno facendo leva i terroristi come i nostri governi. La modernità, si sa, garantisce a sé la governabilità delle relazioni sociali attraverso la paura, e l’idea che la paura sia un sentimento originario, la vera scaturigine delle relazioni sociali stesse. Il che significa che più forte è la minaccia, più coeso è un corpo sociale. Al di là di tutti gli errori tattici e strategici, d’immagine e politici, commessi dal “movimento dei movimenti”, è difficile non riconoscere che la flessione d’intensità nella loro azione e visibilità vada ascritta al clima – o meglio alla “cappa” – di paura che attraversa le società occidentali. Anche chi ne contesta la ridefinizione, dovrebbe riconoscere che l’ordine delle priorità politiche ed esistenziali, almeno qua da noi, ha subito una modificazione profonda fra Genova e l’11 settembre, e poi nei mesi e negli anni successivi, durante i quali il quadro mondiale si è reso confuso e opaco come mai prima. In mezzo a tanta confusione, nel cuore di questa illeggibilità delle cose del mondo, la paura diviene un sentimento florido e redditizio, perché apparentemente immediato, anche se in realtà costruito minuziosamente e pazientemente. Da una parte e dall’altra dello schieramento di questa “guerra globale” – a cui non partecipano le civiltà, ma gangli del potere – è chiaro come il sentimento della paura possa essere – ed è già – il fulcro attorno al quale ruotano le strategie del controllo e del consenso, dell’addestramento e dell’arruolamento.