Month: maggio 2004

O sparare o andar via

Posted by on 17 maggio 2004

Rispetto a tanti altri amici pacifisti sono sempre stato titubante sul ritiro. Che le truppe angloamericane e i loro alleati fossero lì, pur dopo aver combinato una vera e propria antologia di disastri, mi pareva un argine alla possibilità che l’Iraq si trasformasse in un Afghanistan pre-talebano (quello del vuoto di potere creato dal ritiro dell’Armata Rossa, riempito dal conflitto permanente fra signori della guerra, scontri tribali e faide). Anche sostituire le truppe di chi ha scatenato la guerra, con altre di paesi meno o non compromessi, magari arabi, non mi pareva una soluzione intelligentissima. Intanto bisognerebbe capire chi ha voglia di mandare soldati a rischiare la morte. Perché la guerriglia irachena ha presto preso una piega chiaramente antioccidentale, non solo antiamericana. Qualsiasi paese europeo, o di cultura euroamericana (Canada, Australia, ecc…), sarebbe in Iraq l’obiettivo di un odio culturale – non importa qui se più o meno legittimo – che si esprime con proiettili e bombe. Allo stesso tempo nella guerriglia irachena c’è una forte componente nazionalista, che neutralizzerebbe qualsiasi valore positivo inscritto nell’”amicizia” araba o musulmana. D’altra parte, per quanto eurocentrici, dovremmo ormai sapere che quelli arabo e musulmano sono “mondi” compositi e conflittuali come, se non più de, il nostro.
Certo, se queste soluzioni fossero almeno possibili praticamente (se qualche governo fosse disposto a metterci lì i “suoi ragazzi”), potrebbero almeno abbassare il livello di conflittualità, forse permettere che in Iraq avvenga davvero il tanto sbandierato (e ormai già mezzo rinviato) “passaggio dei poteri”.
Ma certo non è la possibilità di disinnescare la guerra tout court, almeno nell’immediato. Possiamo solo pensare sul lungo periodo, infatti. E sperare che la cooperazione (oggi quasi impossibile) fra società civili, ong, intellettuali, clero ecc… iracheni e occidentali, cominci a ritessere i fili di una convivenza interna e di un dialogo con l’Occidente.
Intanto, però, le truppe italiane sono coinvolte in una vera guerra. A madri, padri, fratelli, fidanzate e amici, delle medaglie alla memoria non frega nulla. Anzi, assomigliano ad uno sfregio supplementare, ad uno scherno della retorica. Dunque, o li tirate fuori di lì, o ammettete che sono in guerra e gliela fate fare. Basta con le balle del Peace Keeping.

Sarà una coincidenza?

Posted by on 17 maggio 2004

Leggevo proprio oggi gli ultimi dati aggiornati sulla spesa per la ricerca scientifica in Europa. Ebbene, gli ultimi 4 paesi, fanalini di coda piuttosto staccati dal resto del gruppo, sono Irlanda, Italia, Spagna, Grecia.
Risultati di questo genere sono frequenti nelle statistiche che si riferiscono ad indici di sviluppo, di scolarità, di alfabetizzazione, di “civiltà politica”.
E’ solo una coincidenza? Tolta l’irlanda, si potrebbe pensare, come talvolta si sente dire anche da insigni studiosi, che il caldo contribuisca al torpore di queste società.
O ci sono forse ragioni che vanno cercate, chessò……nella religione?

La morsa

Posted by on 12 maggio 2004

Sarebbe ora che i pacifisti italiani e mondiali cominciassero seriamente ad impegnarsi per chiarire un fatto chiaro e semplice: in Iraq l’unico atto di resistenza accettabile è stato il sabotaggio di un oleodotto. Per quanto si possa comprendere l’esasperazione, la rabbia, la povertà, persino il sentimento di minaccia provato a riguardo della propria identità culturale, e soprattutto della propria sovranità, non si può sostenere, né fiancheggiare, né legittimare, né perdonare, né scusare (metteteci quello che volete, dal diritto, alla politica, alla morale, al sentimento) gli attentati kamikaze e convenzionali che colpiscono i civili, stranieri e iracheni. Non lo si può fare soprattutto davanti a gesti simili alla
decapitazione di Nick Berg – ebreo come Pearl, ucciso alla stessa maniera in Pakistan. Non si può tollerare, come non si possono tollerare le torture angloamericane, neppure l’odio etnico-religioso, il nazionalismo, gli appelli alla Jihad, alla distruzione dell’Occidente e di Israele. Non lo si può fare per due motivi: primo, se la vita di 3000 vittime delle Twin Towers non si vendicano con le 5000 agfane e le 12000 irachene, neppure il terrore e il crimine sparsi dalle truppe angloamericani giustificano la carneficina uomini e donne che già subiscono quei crimini, o che portano divise non militari; secondo, un simile tipo di lotta, di “resistenza” come si ripete sempre più spesso, non potrà che avere come conseguenza l’ulteriore imbarbarimento della società irachena, un vero e proprio suidicio nazionale che finirà per generare un nuovo stato autoritario, teocratico se non totalitario. Se il sangue è il peggiore testimone della verità, il futuro dell’Iraq non potrà che fondarsi sull’esercizio della peggiore delle menzogne, quella della necessità della violenza.
Ma, in effetti, c’è ancora un altro motivo: se è vero che lo scopo, ormai neppure più occulto, di questa guerra è mettere le mani sulle risorse energetiche del paese e impiantare basi militari strategicamente decisive – attraverso l’imposizione di un regime, democratico o meno, favorevole agli Stati Uniti; se è vero che gli americani barattano allegramente la vita dei civili di mezzo mondo con il perseguimento dei propri interessi; allora quello che non si può proprio fare è stare al gioco: e cioè colpire civili per difendere il petrolio, o anche solo per impedire agli States di metterci le mani. Ma non si può neppure considerare il petrolio il valore primario della lotta. Che dovrebbe essere invece la resistenza contro una forza occupante, e dunque la liberazione di tutti quegli esistenti che soffrono il suo giogo, nonché la creazione delle condizioni politiche, giuridiche, morali, culturali, perché questi esistenti possa vivere un’esistenza degna del suo valore assoluto. Il petrolio non è uno scopo, è un mezzo: è lo scopo di chi ha occupato l’Iraq, che va rovesciato in un mezzo con cui colpire gli occupanti. Sabotare oleodotti, incendiare pozzi, lanciare campagne internazionali per il boicottaggio delle società petrolifere che sfruttano petrolio iracheno, sono le vere e degne possibilità di una lotta per la liberazione dell’Iraq.
A questo punto bisognerebbe persino ammettere che le vittime civili non si vendivano neppure con l’uccisione dei soldati che uccidono. Se la guerra deve davvero divenire un tabù, a fare il primo passo in questa direzione dovrebbero essere coloro che la subiscono per primi.
Sembra tanto difficile, eppure qualcuno dovrebbe ricordarsi dell’esempio di Gandhi, e di tutti quei movimenti del pianeta che ancora oggi si oppongono alle ingiustizie con pratiche nonviolente. Gandhi ce l’ha fatta, altri oggi potrebbero replicare quella vittoria.
Pare l’unico modo di offrire un destino sensato a questo paese devastato da due parti: dagli angloamericani, e da politicanti e imam iracheni sempre pronti a sacrificare la vita dei propri concittadini.
Fare lo spazio fra i due opposti di questa lotta. Uno spazio reale di libertà. Questo i pacifisti lo sanno, lo dicono, lo praticano. Ma non abbastanza perché diventi una questione prioritaria. Se non si vogliono demonizzare i mass-media, a questi bisogna fare arrivare la propria voce.

Ipotesi

Posted by on 7 maggio 2004

Se vengo a casa tua per difenderti dallo zio pazzo che si spaccia per tuo padre, e già che si sono, dopo averlo fatto volare dalla finestra, nella foga ti rompo i denti, stupro tua sorella e costringo tua madre a bere il mio piscio… e poi ti chiedo scusa… tu come la pigli?