Gli operai che protestano a Melfi vengono caricati dalla polizia. “Non si può fermare la produzione di un intero paese” chiosa il governo. In questa frase si affermano due cose: che l’interesse economico di un’azienda privata riguarda non solo l’azienda ma l’intera nazione, e dunque l’azienda, i suoi capitali, la sua produttività, la sua forza lavoro, sono “patrimonio” della nazione. E che tale patrimonio è inviolabile. Ad esso si sacrificano non solo le rivendicazioni “di parte”, ma anche l’incolumità fisica (che dovrebbe essere inviolabile sopra ogni cosa) degli individui che rivendicano.
Si parlava, fra anni ‘90 del secolo scorso e primi anni di questo, di liberismo. Si elogiavano le virtù di una società ipercompetitiva e un po’ selvaggia, in cui il Moloch dello Stato si sarebbe dovuto limitare a garantire i diritti civili, ad emanare qualche legge antitrust: uno Stato che si sarebbe sottratto al governo del mercato, a redistrubire la ricchezza, a garantire servizi, ecc…
Un mondo del genere non è tramontato, per il semplice fatto che non c’è mai stato. Quel mondo era solo una favola raccontata ai sudditi di un impero che aveva fretta di riorganizzare le gerarchie, di riorientare priorità politiche e flussi finanziari.
La globalizzazione cosiddetta neoliberista non è altro che una rigerarchizzazione (magari un po’ più “orizzontale”, un po’ più “modulare”, “reticolare”, e certo molto più sfuggente) del valore delle cose e dei diritti degli abitanti del pianeta. Alla fine di questa operazione è chiaro che: il lavoro è più imperativo della democrazia, la produttività ha la priorità sui diritti del lavoro, le rivendicazioni dei più deboli valgono meno delle decisioni dei più potenti, un lavoratore “comunitario” vale meno del suo padrone, un “comunitario” non lavoratore vale appena più di zero, il lavoratore “extracomunitario” vale zero, e un “extracomunitario” che non lavora è un criminale. Se le cose non stessero così non si capirebbe perché mai il “dramma” di Melfi diventi il dramma del blocco della produzione, perché un imprenditore italiano possa dare fuoco a un suo dipendente rumeno e farla franca, perché i rinnovi dei permessi per gli stranieri siano incubi senza fine, perché gli affondamenti dei gommoni nel Mediterraneo finiscano in un trafiletto in cronaca; né si capirebbe il motivo per cui i nostri governi continuino ad emanare leggi a favore delle imprese (sgravi, agevolazioni, ecc…), ed eroghino denaro per salvare aziende che licenziano e relegano alla cassa integrazione i loro dipendenti.
E’ evidente che i diritti civili (e ancor più quelli “umani”) non contino nulla, che lo Stato si sia semplicemente riposizionato a favore del capitale, e che, a dispetto della retorica globalista, le frontiere si siano fatte più alte, le nazioni più nazionaliste, la cittadinanza più esclusiva. Altrettanto evidente è che questo neo-nazionalismo sia rifondato su una versione davvero prepotente del lavoro totale. Da questa coincidenza fra lavoro e nazione (nonché fra queste ed eroismo militare) l’Europa ha visto uscire i mostri peggiori.
Auguri.
Month: aprile 2004
Il lavoro rende liberi
Segnali di civiltà
Mentre qui in Italia ci ritroviamo con un governo di sessuomani, maschilisti e celoduristi, nella civilissima Spagna Zapatero (nella foto circondato dalle ministre del suo governo) ha avuto la bella idea di infoltire la prossima compagine governativa con un congruo numero di donne. Cose da Scandinavia!
Qui in Italia, in compenso, siamo sempre agli ultimi posti in Europa in quanto a partecipazione politica attiva delle donne, dato da sempre utilizzato come indicatore di sviluppo sociale.
Nel parlamento Italiano, nel 2004, solo l’ 11% dei seggi alla Camera e l’8% al Senato è ricoperto donne, un dato inferiore a quello dei paesi dell’Asia e dell’Africa sub-sahariana (per non parlare delle percentuali dei paesi nord europei, che sfiorano il 40%)!
A proposito di donne e parlamenti andatevi a vedere questo sito ottimamente documentato
Godo

Godo. Lasciando da parte i risvolti strettamente calcistici, che poco mi interessano (essendo abituato a ben altre disfatte, senza nulla togliere a quest’impresa), non posso non godere della tracotanza al potere umiliata da una squadra operaia di gente che suda e corre.
Giusto qualche giorno fa, di fronte ad una platea gremita di industriali, il nano pelato mostrò la sua hybris: “e come faccio vincere il mio Milan, così farò vincere l’Italia!”.
Come la mettiamo, nano pelato?
[clicca sulla foto per un simaptico ricordo]