E’ di questi giorni la notizia di una nuova proposta di pace per la questione israelo-palestinese. Cade in un momento che vede un’ accelerazione di quei processi di tensione internazionale che la retorica giornalistica colloca nel grosso calderone mediatico della “guerra al terrorismo”.
Ora, intendiamoci, che farsi esplodere con una bomba in tasca tra i civili, radere al suolo due grattacieli simbolo o attaccare le sedi della croce rossa siano atti che possono essere definiti “terroristici”, non vi è dubbio (forse qualche dubbio in più sul senso espresso dalla parola e sul suo uso comune viene quando si parla di un attacco a dei militari armati di un esercito d’occupazione).
Sono azioni che che mirano a generare paura e panico nelle popolazioni e che in ultima istanza intendono minare il consenso verso le classi dirigenti occidentali o filo-occidentali. E quindi, che terrorismo sia!
E, a questo terrorismo si fa la guerra…
Ma troppo poco si spiegano le ragioni di questa opposizione martirica alle dinamiche di influenza e controllo globali esercitate dalle superpotenze occidentali, USA in primis. Si sente parlare dei kamikaze come di folli, di invasati, di malati, non si vuole ascoltare la voce che sta dietro agli atti orribili e immorali da loro perpetuati.
E ancora meno ci si sforza a comprendere le ragioni strutturali di un conflitto su scala globale le cui radici affondano ben poco nella religione, elemento diversivo al più pretestuoso.
La pace in palestina rappresenta un’opportunità strategica, l’occasione per spegnere uno tra i principali focolai che alimentano il terrorismo, e il fatto che non ci sia la volontà di farla veramente mette seriamente in discussione qualsiasi proclama di lotta o guerra al terrorismo.
Recentemente, come dicevo, è stata presentata al popolo di Israele una nuova proposta di pace, semplice e rivoluzionaria, che ha visto protagonisti nella sua stesura, tra le tante autorità eminenti, Yossi Beilin (ex-ministro laburista israeliano) e Yasser Abed Rabbo (ministro dell’Anp). Una proposta semplice perchè da una parte frutto di una reale volontà di compromesso e dall’altra espressione di una ferrea opposizione alle pretese inaccettabili di entrambe le parti.
La proposta, promulgata con la mediazione della Svizzera, può essere sinteticamanete così riassunta:
- due stati: la proposta riconosce il diritto ad uno stato nazionale, sia per il popolo ebraico, sia per quello palestinese
- le frontiere: i confini tra i due stati sarebbero rappresentati dalla “Linea Verde”, tracciata dopo l’armistizio del 1949. Vi sarebbero inoltre delle cessioni reciproche di territori, più omogenei alla controparte, che sostanzialmente allargherebbero considerevolmente l’attuale Striscia di Gaza e ridurrebbero il territorio occupato dalla Cisgiordania.
- le colonie: tutte le colonie israeliane verrebbero evacuate “intatte”. Sarebbero annesse al nuovo Israele, e quindi non cedute, le colonie più storiche, quelle più vicine alla “Linea Verde” e i quartieri ebraici di Gerusalemme Est.
- Gerusalemme: capitale di entrambi gli stati, con organi amministrativi condivisi per le questioni comuni.
- profugi: dietro la supervisione di specifiche commissioni, potrà essere esercitato il diritto al ritorno sul nuovo stato Palestinese da parte dei profughi
- luoghi santi: forze multinazionali garantirebbero l’accesso ai luoghi santi ebraici situati su territorio palestinese
- liberazione dei prigionieri: progressivamente (entro trenta mesi) sarebbero rilasciati tutti i prigionieri palestinesi in mano alle autorità isreliane
Il testo della proposta di pace è stato consegnato qualche giorno fa per posta nelle case di due milioni di israelini.
Nella settimana della visita di Sharon in Italia, il più fedele alleato europeo di Israele, l’iniziativa è passata sotto silenzio.