E’ da tempo che siamo gravosamente costretti a comprendere i personaggi di questa nostra epoca non per la loro caratura, ma per il loro potere. Chi s’è sempre rifiutato di rimettere, nel bene e nel male, le responsabilità della storia ai singoli, alle loro scelte, alle loro idee, sa però che questo è più un esercizio di pulizia concettuale, piuttosto che un metodo rigoroso. Se ci si riduce a comprendere il presente a partire dai sogni più intimi di Berlusconi e D’Alema ci si trasforma in fretta in Bruno Vespa, e si finisce a contrabbandare per storia una serata del Bagaglino. Ciò non toglie che la storia non sia un’entità impersonale. Soltanto, a farla siamo condannati tutti, volenti o nolenti, e soprattutto essa non è altro che il risultato delle interazioni degli esseri umani,
poiché né Maria Antonietta né Robespierre né Napoleone fanno la storia in solitudine. Altrettanto vero è però che chi ha più potere pesa di più nel decidere i nostri destini. Così, in un epoca in cui chiunque abbia scritto un romanzo lo pubblica, e chiunque sia passato in tv pubblica comunque un libro, ci tocca analizzare il senso del nostro tempo fra le pagine di un libro pessimo, scritto dal peggiore segretario che il più grande partito della sinistra italiana abbia mai espresso; un libro che non è ancora uscito, ma dice già cazzate. Dice che Berlinguer non aveva capito che doveva essere come Craxi, e il Pc come il Partito socialista, perché questo era accettare la sfida della modernità, e diventate finalmente moderni. Come dire che Marx era un rigurgito della barbarie di chissà quale epoca oscura, e che il Novecento sbagliava a chiedere più giustizia, perché la modernità buona e giusta è quella venuta dopo l’89. Quella, insomma, che fa lavorare i bambini asiatici in fabbriche senza uscita d’emergenza, e fa capitalizzare i profitti di quel lavoro ad una multinazionale con sede alle Caiman, ovvero a dieci persone. Il tutto, beninteso, colorito di buoni sentimenti e buona volontà, che sono gli unici programmi politici che la sinistra riformista riesca ormai ad elaborare. Fassino è quel personaggio che nel ‘99 tacciava i pacifisti che si opponevano al bombardamento della Serbia di essere vecchi, un movimento che non aveva capito nulla del presente e destinato a scomparire. Che oggi dica che la sua sinistra sia quella del futuro, a noi suona perciò come un augurio. Come l’ultima guerra ha trasformato le migliaia di pacifisti in milioni, così probabilmente il futuro immaginato da Fassino assegnerà ai movimenti no- o new- (fate come volete) global tutto lo spazio politico che quei cascami della guerra fredda che sono i partiti della sinistra ben presto lascieranno libero, implodendo su se stessi.
Perché di uno che vede così poco di ciò che ha davanti agli occhi come Fassino basta prendere le previsioni e capovolgerle: così si divinerà il futuro.
Fassino è talmente cieco da avere inseguito per più di vent’anni solo le ombre che gettavano i suoi pochi pensieri: solo così si potrebbe spiegare il suo geniale giudizio sulla fine del comunismo. Mentre Fassino si meravigliava delle sue ombre, nel mondo si moltiplicavano le ingiustizie e le atrocità, e si maturava pian piano pure una forza che tentava di rispondervi: il movimento dei movimenti non è altro, infatti, che lo sbocco di una paziente e silenziosa gestazione. Come il Pc si è perso il treno del ‘68, poi quello del ‘77, per compiere l’esodo fuori dall’apparato e dalle logiche di guerra con cui maneggiava la politica, così si è già reso incapace di comprendere gli errori del passato e del presente, mentre i treni dei movimenti fanno su e giù per il globo nel tentativo di pensare un mondo che non sia la quintessenza dell’immondo. Le possibilità che allora e ancora il/i Pc-Ds si persero e si perdono sono quelle di una politica di sinistra che sia veramente tale, e cioè antagonista del potere, autorganizzata, fatta di quartiere in quartiere e di continente in continente a partire da quella connessione fra gli esistenti che ci connette tutti, volenti o nolenti. Lo spazio del chi, degli esitenti in quanto tali, per usare le parole di Adriana Cavarero. Fassino è figlio di quegli errori ed è orgogliosamente continuista nel ripeterli, per quanto balbetti di nuova sinistra, modernità e altre frottole di cui non conosce nemmeno lui il significato. L’apparato ha figliato l’apparato. L’unica cosa che ha deciso di lasciarsi indietro sono le esigenze di libertà e giustizia. L’unica cosa che conta.