La punizione

Posted by on 27 agosto 2003

Ogni tanto bisogna fare pulizia mentale: disconnettersi dalla rete, spegnere la televisione, leggere un solo quotidiano al giorno se va bene (meglio se quello del giorno prima). Non è solo questione di rilassarsi o svagare la mente. E’ questione soprattutto di espellere veleno, e non c’è veleno peggiore di quella eterna smania di essere, appunto, connessi al mondo attraverso i mass-media. Veleno allucinatorio, fra l’altro, cioè illusivo. Insomma, lontano da casa diciannove giorni, una vera chicca me l’ero persa; e per fortuna un vecchio settimanale abbandonato in bagno da altri mi ha dato una seconda possibilità di farmi venire la nausea. Fiamma Nirenstein, reduce da un applauditissimo discorso all’Yivo Institute for Jewish Research e dal lancio del “Jewish Pride”,


spiega di aver trovato “l’arma più forte che ho a disposizione” per colpire “chi ha sostenuto menzogne contro Israele, negandogli il diritto all’autodifesa”: “non gli permetterò più di piangere insieme a me i morti dell’Olocausto”. A parte il fatto che nessun ha negato nessun diritto ad Israele (come dimostrano gli eventi di ogni giorno), ma al massimo si è tentato di discutere la legittimità di certi metodi; a parte questo, dicevamo, l’arma uscita dal cappello della Nirenstein ci pare davvero terribile. Ma non perché efficace: piuttosto perché distillato di una catastrofe antopologica e culturale. Non si vuole discutere qui la leggitimità della politica israeliana in relazione a quell’evento unico nella storia che è stata la Shoà, di come un genocidio dia o meno il diritto di difendersi in certi modi piuttosto che in altri, di come la memoria sia tante cose e in tanti modi si manifesti, di ciò che il lutto significhi in relazione al futuro, se davvero essere con o contro Israele coincida con l’essere con o contro gli ebrei tutti. Sono, queste, questioni tanto annose e stratificate quanto complesse e di eccezionale profondità. Soltanto, ci piacerebbe chiedere a Fiamma Nirenstein, contro chi si rivolgerebbe davvero un’arma simile, una volta estratta dal fodero. E cioè se si tratti davvero, con questa strategia, di punire chi ha opinioni diverse dalle proprie, oppure (o forse allo stesso tempo) di fare terra bruciata intorno a sé. E’ evidente e abbastanza naturale che il disaccordo intorno a fatti di sangue di così lunga durata e di così atroce intensità possa portare alla rabbia e all’esasperazione. E quindi alla rottura del dialogo. Solo che rompere il dialogo non è il solo modo, né tantomeno il migliore, per trattare il “fuoco della controversia”: si può stare nel dialogo confliggendo, anzi proprio nella contrapposizione il dialogo rivela la propria essenza di connessione dei distinti. Nel conflitto le differenze si mantengono tali, eppure chi confligge entra pure in contatto, proprio in quanto differente. L’alternativa è appunto, alzare muri di separazione fra sé e gli altri, distinguendo il mondo in amici e nemici. Così la pace può essere una faticosa disciplina, una paziente opera di connessione e distinzione, di accettazione e affermazione, oppure una tregua armata fra due atti di una guerra. La Nirenstein si sorprende del fatto che la pubblicazione di quel suo discorso su Il Foglio abbia generato così poche reazioni. Di che si sorprende? Del fatto che nessuno abbia risposto ad un invito di non-dialogo? Che nessuno abbia desiderato discutere intorno alla possibilità di non discutere più? Cosa si può rispondere a chi usa come un’arma il divieto di piangere insieme i morti? A me pare un atteggiamento talmente infantile e impotente da non sapere più cosa dire. Peccato. Mi dispiace. Più di così, che cosa? Il vero dispiacere è che tanti ebrei condividano – così ci dice la Nirenstein – questa scelta, e la facciano propria. Perché in questo modo si sono già vietati la possibilità di una vera pace, che sta nell’apertura al dissenso: anzi, nell’accettazione della dissidenza come sostanza del proprio stesso sé. La punizione ritorna su chi la lancia.

Comments

Respond

Comments

Comments: