Faide loro

Posted by on 26 agosto 2003

Ho appreso dell’attentato di Mùmbai (questo il vero nome della Bombay di oggi) dalla radio, mentre tornavo dalle vacanze, imbottigliato al solito sulla solita autostrada del solito contro-esodo. Così tanto spazio a una notizia da Mùmbay, ho pensato, deve equivalere ad una ecatombe. Non mi sbagliavo, e, per fortuna, mi sbagliavo. Non sbagliavo perché anche un assassinio che sia uno e soltanto uno equivale comunque ad una catastrofe. Ma mi sbagliavo perché le vittime non erano tremila, ma soltanto (orrore per questo soltanto) una cinquantina.
Voglio dire che Mùmbai non è stata un’isola felice fino all’altro ieri, e poi all’improvviso è comparso il terrorismo. Ci sono stato a gennaio, nell’intervallo


fra l’attentato ad un McDonald’s del centro e quello ad un treno che attraversa il largo perimetro delle periferie della città. L’ultimo di cui i media occidentali riportino notizia è del 28 luglio, contro un autobus (tre morti e decine di feriti). Sembra che non si sia nessun “turista straniero” fra le vittime di ieri, ma che Mùmbai non fosse una città sicura da visitare bisognava avere le bende sugli occhi e sulle orecchie per non saperlo. Il fatto è che l’ultima occasione in cui i media occidentali si sono interessati a quell’oscuro angolo del mondo è stato nell’autunno del 2001, quando un commando terrorista di separatisti kashmiri ha aperto il fuoco nel parlamento di Delhi causando una strage. Evento che si collocava nel clima dell’11 settembre, in cui l’odio e il panico antimusulmani setacciavano il mondo alla ricerca di benzina da gettare sul fuoco del WTC. Ma neanche allora si percepì davvero, pur in quel clima di destabilizzazione planetaria, che India e Pakistan fossero sull’orlo della guerra nucleare. Tutti i riflettori puntavano sul presidente Bush che annunciava la sua “crociata”, la sua celebre “giustizia infinita”. Ma che siano centinaia i morti che la guerriglia kashmira ha già fatto dall’inizio dell’anno, neanche la maggior parte dei giornalisti occidentali lo ha ben presente – per non parlare degli attentati dei maoisti, che hanno causato altrettante vittime, o degli scontri tribali. Per questo, davanti all’orrore di ieri, i nostri media hanno balbettato di una qualche moschea rasa al suolo, di un antico tempio hindu, di scontri decennali fra hindu e musulmani. La verità è che non sapevano nulla di quello di cui stavano parlando. Non è una mera questione di ignoranza. E’ che quello è uno degli “oscuri angoli del mondo”. La rappresentazione che noi occidentali di facciamo di quello che accade altrove ha avuto la più netta manifestazione del Tg2 di ieri: la violenza di ieri è l’ultima di una “faida” decennale. Ora, la parola “faida” viene dal tedesco e significa propriamente il diritto di una famiglia di vendicarsi contro un’altra famiglia che abbia assassinato un membro della prima. Spogliato del suo involucro giuridico, la parola è penetrata con significato praticamente identico nel nostro linguaggio quotidiano: la “faida” è un affare di paese, fra famiglie, o fazioni, o faccenda fra diversi campanili, o tifoserie. Si tratta comunque sempre di un affare privato, pre-politico e anzi pre-civile, in cui gli individui sarebbero riconquistati alla loro natura “selvaggia” e “violenta”. Usare questa parola nel contesto di un conflitto come quello che da più di dieci anni dilania l’India centrale fino a diventare affare di stato, è come dire che la violenza che colpisce Mùmbai e il Gujarat non è altrettanto terroristica e politica di quella che s’abbatte contro l’Occidente, devasta il medioriente, colpisce a tradimento l’occidentalissima Bali. Da questo ognuno tragga le sue conclusioni. Resta da dire che non tutti i media hanno parlato di “faida”. In molti si sono precipitati a collocare l’attentato nel contesto dell’odio anti-tutto del “fanatismo” islamico. Non a caso il Pentagono avrebbe già pronti i piani per attaccare Iran e Siria, e la scandalosa propedeutica ideologica alla guerra contro l’Iraq spurga tutte le sue menzogne e manipolazioni, scuotendo le sedie di Bush e Blair.
Proprio non capiva il giornalista che, intervistando la scrittrice Arundhati Roy, si è sentito rispondere che “prima bisogna fare indagini serie”, e che lo stato indiano “non garantisce sicurezza ai suoi cittadini”, e che “i musulmani in India sono a rischio di induizzazione” forzata. Continuava a chiederle: “Si, ma il terrorismo islamico?”.

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