Lettera aperta a S.E. il Cardinal Ruini    (Gianni Vattimo)

Posted by on 11 luglio 2003

Eminenza,
non ho alcuna delega per scrivere questa lettera, che indirizzo a Lei come
vicario del vicario per Roma e anche come capo della Conferenza dei vescovi
italiani. Ma vorrei che Lei la considerasse almeno come un caso degno di
attenzione perché non del tutto isolato ed eccezionale nel panorama della
cristianità italiana, forse persino rappresentativo di un disagio e di un
insieme di stati d’animo diffusi tra i cattolici – tali anche solo perché,
essendo battezzati,sono così censiti dall’anagrafe.
Come cominciare? Per esempio dalla constatazione che anche quest’anno non
andrò in chiesa in occasione della Pasqua, salvo che mi capiti di visitare
qualche amico monaco in comunità eterodosse, o comunque aperte, come quella
di Bose. Anche lì, però, avrei un certo disagio; che non provavo invece
negli anni in cui, militante della Gioventù Cattolica, mi sentivo in aperta
polemica con le posizioni ufficiali della Chiesa italiana ma ero parte di un
vasto e visibile movimento di dissenso cattolico che faceva sentire in molti
modi la propria voce: Carretto, e poi Mario Rossi, contro Gedda e
l’operazione Sturzo; Cisl, Acli e preti operai torinesi contro Valletta, i
suoi reparti confino, padre Lombardi e la Madonna pellegrina. E così via.


Oggi i cattolici “impegnati” probabilmente ci sono ancora, ma si dedicano,
molto meritoriamente del resto, al volontariato, anche in regioni lontane, e
non si immischiano nelle posizioni pubbliche della Chiesa. Nemmeno don
Ciotti polemizza pubblicamente con il papa, per esempio sulla “scomunica”
del profilattico in tempi di Aids, o sull’ostinata proibizione di qualunque
pianificazione familiare, o più di recente sulla sperimentazione con gli
embrioni umani, che potrebbe accelerare la scoperta di farmaci decisivi per
la vita di tanta gente. E non mi basterebbe ormai più, come forse sarebbe
bastato in altri momenti della mia vita, che il papa e i vescovi smettessero
di considerare gli omosessuali come peccatori contro lo Spirito Santo,
colpevoli di un comportamento che (catechismo della mia infanzia) “grida
vendetta al cospetto di Dio”. Non posso frequentare i riti e partecipare ai
sacramenti di una Chiesa che mi considera nel migliore dei casi come un
fratello disgraziato da compatire e da tenere nascosto – e che comunque
accetta la mia “inclinazione” ma mi comanda di non seguirla in alcun modo;
mentre – parlo sempre degli anni Cinquanta – fa pervenire agli sposi
cristiani un telegramma di auguri del Santo Padre, che viene letto a
conclusione della cerimonia nuziale, perché crescano, si moltiplichino,
facciano l’amore con la sicura coscienza che il papa è con loro.
Lo scandalo che ho sempre provato da giovane di fronte al telegramma papale
di auguri agli sposi, e che non era ovviamente motivato da sessuofobia, ma
solo da sdegno per la discriminazione di cui mi sentivo vittima, è stato
tuttavia provvidenziale per me; oggi, data la sempre più aperta tolleranza
dei confessori nei confronti del sesso “normale” si è persino arrivati, se
non sbaglio, a considerare il perfezionamento reciproco (leggi: anche il
piacere sessuale) come uno dei fini primari del matrimonio, accanto alla
procreazione – moltissimi giovani rischiano di non avere più questa
fondamentale occasione di riesame critico nei confronti della disciplina e
della morale della Chiesa. La massa di profilattici (presumibilmente usati)
che è stata raccolta dai servizi di nettezza urbana di Roma sul terreno
della grande adunata giubilare di Tor Vergata mostra quanto poco anche quei
giovani pellegrini che si spellano le mani per applaudire Giovanni Paolo II
facciano caso sia ai suoi inviti alla castità, sia al suo divieto del
preservativo. Con ciò dimostrando che la via più tradizionalmente seguita
per l’abbandono della pratica religiosa oggi non è più percorribile, ci si
può sempre iscrivere, se mi permette lo scherzo pesante, a “Comunione e
penetrazione”, mischiando tranquillamente una normale (e cioè ricca e
piacevole) vita sessuale con i meeting di Rimini e i comizi di Andreotti e
dei forzitalioti di turno. Ebbene, per me, e per altri come me,
fortunatamente, questa indulgenza non c’è stata; non ho trovato alcun “Opus
gay” a cui aderire, e persino la favoleggiata pervasività dei rapporti
omofili, pedofili eccetera negli ambienti cattolici non mi ha mai nemmeno
sfiorato.
Ma appunto, oggi nessun giovane credente lascia più la Chiesa per questi
vecchi, “sordidi” motivi. Persino un giovane gay oggi trova la sua
associazione più o meno tollerata e fornita di assistente spirituale. A
patto sempre di non pretendere che la predicazione ufficiale del papa e dei
vescovi gli “dia ragione”, per esempio accettando che la legge civile – non
parliamo di unione religiosa – istituisca qualcosa di paragonabile al Pacs
francese o alle unioni affettive di altri paesi. Gli omosessuali credenti
hanno certo molti meriti: conducono la loro battaglia nella Chiesa con la
speranza (contra spem speravi; o: credo quia absurdum) di ottenere prima o
poi che cambi atteggiamento.

Ho letto di recente, con prefazione di monsignor Bettazzi, il libro
confessione di un prete gay, (”La confessione”, naturalmente anonima,
raccolta e redatta da Marco Politi, Editori Riuniti); il quale dopo varie
peripezie, che lo portano anche a mettersi in congedo per un certo tempo dal
suo ministero e a convivere stabilmente con un compagno, ritorna a fare il
prete a tutti gli effetti “accettandosi”, il che significa concedendosi
periodicamente scappate e avventure gay (ma se ne confesserà ogni volta,
pentendosi e prometlendo di non farlo più?), e per il resto conformandosi
pienamente alla “discrezione” con cui la Chiesa tratta problemi come il suo.
Del resto, e lo dice, essendo omosessuale non può nemmeno esser tentato di
violare lab regola del celibato imposta ai preti; i quali, quando si
sposano, vanno incontro alle note difficoltà di vita, di lavoro, di
emarginazione sociale. Cito questo libro, e anche la questione dell’omofonia
della Chiesa, perché mi sembra che vi si possano riconoscere i tratti
emblematici di tutto ciò che oggi allontana dalla pratica religiosa, e anche
dall’ascolto del Vangelo, molta gente – non solo i gay – la quale invece
mantiene con la tradizione cristiana e con i suoi contenuti un rapporto che
non si riduce al sentimento di avere in quella tradizione il proprio
principio e fine – in my end is my beginning, secondo un verso di Eliot (se
non ricordo male). Perché deve essere così difficile per tante persone
mantenersi in contatto con il Vangelo, dovendo superare lo scandalo continuo
che proviene dalla Chiesa – e non da suoi aspetti marginali, quali ci siamo
abituati a considerare la predicazione della povertà da parte di un sovrano
temporale vestito come un satrapo (espressione sentita dalla bocca di
Giovanni XXIII, altri tempi), ma dal modo in cui la rivelazione biblica
viene legata a una cultura che, in nome di una pretesa essenza naturale
dell’uomo, della società, della famiglia, è pronta a calpestare il comando
cristiano della carità? La sessuo – e omofobia papale non è uno di questi
aspetti accidentali (che forse accidenti non sono) dello scandalo storico
della Chiesa. Qui devo fare un cenno alla via specifica di “ritorno” al
Vangelo che mi è stato dato di percorrere grazie al mio lavoro di studioso
di filosofia. In questo lavoro infatti, mi sembra di aver “scoperto” – solo
leggendo alcuni autori: Heidegger, Nietzsche, Dilthey, per esempio – che il
cristianesimo ha bensì introdotto nel mondo il principio di un rinnovamento
radicale della metafisica classica: non più lo sguardo rivolto all’oggetto,
alle forme naturali assunte come fisse ed eterne, che si tratta solo di
riconoscere anche come norme morali; ma, sguardo sulla libertà e
l’interiorità (in te redi, in interiore homine habitat veritas: Agostino).
Questo principio – che a me pare oggi si sia dispiegato finalmente nello
spostamento della nozione di verità dalla pretesa oggettività
all’intersoggettività (anche per capire le “prove” della fisica devi
divenire un fisico, entrare a far parte di una comunità che, sola, ti
permette di accedere a quel tipo di verità) – non ha potuto imporsi lungo i
tanti secoli del medioevo e della prima modernità perché la Chiesa, che ne
era depositaria, lo ha frainteso e oscurato essendosi trovata a dover
esercitare funzioni di autorità civile (tarda antichità, caduta dell’Impero,
invasioni barbariche; anche con questo ha dovuto fare i conti
Agostino), e avendo ereditato tratti essenziali della cultura antica, e in
specie il mito dell’oggettività delle leggi di natura che le permettevano di
comandare non in nome soltanto della rivelazione, ma in nome dell’umanità
stessa; dunque a tutti, compresi gli infedeli da convertire. Che cosa
succede ancora oggi quando la Chiesa, in Italia per lo meno, rivendica il
diritto di imporre limiti alla legislazione dello Stato sulla famiglia, alla
ricerca biologica o ad altri fondamentali aspetti della democrazia,
pretendendo di parlare in nome della natura stessa? Non si può (poteva)
ammettere il divorzio o l’aborto perché è contro la natura della famiglia e
le leggi della procreazione; non si possono ammettere le unioni civili
perché la famiglia è solo unione eterosessuale con il fine della
procreazione. E via dicendo. Voglio dire che sia sul piano delle (sempre più
pesanti) ingerenze della Chiesa nelle questioni di competenza dello Stato
democratico, sia sul piano della filosofia che mi interessa più da vicino,
la Chiesa cattolica, soprattutto ma non solo in Italia, mi scandalizza e mi
allontana perché – spero naturalmente con l’intento
della salvezza delle anime – rimane sempre quella che nei secoli passati ha
agito con ogni mezzo per salvare le anime anche contro la loro volontà,
secondo il motto “compelle intrare”. Muccioli che lega e lascia morire il
drogato nella porcilaia mi sembra un ottimo esempio di questo; e quanti
fedeli cristiani che hanno ceduto alla tentazione della carne rispettando il
divieto papale del profilattico sono morti o moriranno di Aids non sono
simili al povero ragazzo ucciso a San Patrignano?
Tutto si tiene, nella Chiesa wojtyliana. Non è difficile, mi sembra,
riconoscere che questa Chiesa non può cedere sulle questioni dell’etica
sessuale e familiare perché altrimenti dovrebbe cedere anche sul legame tra
fede cristiana e oggettività delle leggi naturali su cui fonda la propria
autorità. Ma queste leggi non sono nient’ altro che la natura come appariva
a società ed epoche che la Chiesa considera archetipiche, identificandole
con la verità eterna dell’uomo e della società. Le donne non saranno mai
preti perché la loro vocazione naturale – come appariva ai tempi di Gesù – è
un’altra; ma allora non c’erano nemmeno donne avvocato o donne dirigenti
d’azienda. Gli omosessuali non potranno mai vivere unioni familiari
“normali” (e saranno dunque condannati ad essere o eunuchi o puttanieri).
Uno Stato davvero democratico ha il dovere di finanziare le scuole religiose
perché è “naturale” che l’educazione apra le menti alla rivelazione
cristiana; o, molto peggio: che l’educazione corrisponda in tutto e per
tutto, ed esclusivamente, alle preferenze e alle convinzioni della famiglia.
Ma in generale: se c’è una verità naturale e universale sull’uomo e il
mondo, e questa verità è solo affare della ragione illuminata dalla fede
(senza, la ragione erra, c’è il peccato originale), e cioè dall’insegnamento
della Chiesa, la democrazia è solo un male che si deve accettare quando si è
minoranza: non ha un vero valore come tale, checché si dica sulla libertà
umana come dono divino: anche la libertà, se esercitata fuori dalla verità,
è illusione e tracotanza. La Chiesa come istituzione non ha mai abbandonato
questi principi: il Sillabo è stato messo da parte, ma forse,solo in attesa
di tempi migliori, dobbiamo pensare.

C’è nel Vangelo qualcosa come la legge naturale? O la carità – cioè
anzitutto l’accoglienza dell’altro e la rinuncia a qualunque imposizione
violenta sulla sua libertà – è l’unica legge che Gesù ci ha insegnato?
Persino lo scandalo per la ricchezza della Chiesa come istituzione, che da
buoni credenti abbiamo imparato a superare, mettendolo da parte con ironia e
comprensione per i limiti ,storici in cui ogni “incarnazione”, si trova
impigliata, anche questo scandalo forse non era poi così superficiale.
L’Anticristo di cui parla san Paolo è forse proprio questo, una Chiesa
invischiata nella solidarietà con culture e situazioni storiche che certo
non può evitare di assumere, ma che dovrebbe con altrettanta franchezza
esser capace di lasciar da parte, per amore dell’uomo come, anche per
effetto della salvezza di Cristo, è diventato.
Mi accorgo, Eminenza, di essermi lasciato prendere dalla passione per
l’etica (e forse la teologia?), trascurando la politica. Ma che, al di là di
ogni motivazione contingente, la Chiesa italiana da Lei guidata sia pronta a
vendere il suo appoggio al Polo per il piatto di lenticchie del
finanziamento alle scuole cattoliche, della revisione della legge
sull’aborto (e il divorzio? Prima o poi), del mantenimento e interpretazione
,sempre più restrittiva del Concordato, di una regolamentazione oscurantista
della ricerca scientifica, persino della discriminazione contro le
confessioni religiose non cattoliche e non cristiane nel nostro paese
(Biffi: cattolicesimo è italianità!), non è certo il motivo meno grave dello
scandalo che mi tiene lontano dalle chiese edifici di culto.

Non crede che, come vicario del papa per la Chiesa in Italia, dovrebbe
pensare anche a questo?
Con cordiale rispetto

Gianni Vattimo

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