Della parola “libertà” si riempiono la bocca da almeno un decennio praticamente tutti: ex-comunisti, ex-fascisti, liberali dell’ultima ora, capi di governi militarmente aggressivi, repressori dei diritti civili, leader religiosi integralisti e fanatici. Non che il fenomeno sia nuovo: si possono contare una quantità impressionante di guerre, guerriglie e guerre civili combattute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sotto il vessillo della libertà in vari modi declinata – conflitti sanguinari che molto hanno prodotto ad eccezione di una qualsivoglia forma di libertà. Ma certamente il crollo dei regimi dell’Est europeo ha provocato una semplificazione radicale del concetto tale da omologare a livello planetario il significato della parola interamente sugli assiomi e sui modelli teorici del neoliberismo. Alla fine del socialismo reale si somma poi la crisi irreversibile in cui è entrato il modello socialdemocratico, che per almeno mezzo secolo aveva legato imprescindibilmente il concetto di libertà a quello di eguaglianza sociale e alla pratica di ridistribuzione della ricchezza. Se i sovietici ridimensionavano la nozione liberale di libertà, qualificandola come “borghese”, il sistema socialdemocratico – che almeno fino alla metà degli anni settanta copriva l’intero Occidente, Stati Uniti compresi – poneva come condizione essenziale per l’affermazione reale della libertà la giustizia sociale.
Month: giugno 2003
Israele e Palestina: considerazione
Non posso accettare l’enfatico tentativo di certi giornalisti ed opinionisti di voler affermare la parità, l’equilibrio, o quantomeno l’ “equidistanza dal giusto” delle due forze in campo.
Senza voler entrare nel merito della complessa questione storico-politica, c’è una cosa che rende alquanto diverse le posizioni (le aspettative, i rischi, il futuro) di israeliani e palestinesi: il fattore tempo.
Ci troviamo infatti in una situazione di “equilibrio semovente unidirezionale”, ovvero l’equilibrio tende a muoversi nel tempo costantemente, in particolare in occasione di specifici eventi (quale ad esempio la geniale operazione di cui parlo nel post precedente), a favore di una sola delle parti in conflitto, quella israeliana. In questo senso il tempo non è un fattore neutro ma una componente di una parte, un arma poco visibile ma dagli effetti duraturi: più passa il tempo, più aumentano le colonie e gli insediamenti, più passa il tempo più alti vengono innalzati i muri ed il filo spinato a cingere i campi palestinesi, più passa il tempo più aumenta la sproporzione geografica a favore di Israele.
Insomma più passa il tempo, più sarà difficile intavolare qualsiasi accordo di pace.
Complimenti per il tempismo
Se la classe di uno stratega si misura nel tempismo, allora indiscutibilmente uomo politico dell’anno è Ariel Sharon! Ora che tutti parlavano di Road Map, di ultime speranze concrete di pace, di arretramento delle colonie, ora che gli ultraortodossi della destra nazionalista israeliana (metro sempre utile per valutare l’intensità degli sforzi israeliani per la pace…quando si arrabbiano questi vuol dire che qualcosa si sta facendo) se la prendevano con il nostro ex-generale, ora che si era finalmente insediato il nuovo interlocutore palestinese voluto da israeliani e statunitensi, il buon Sharon cosa fa?? Pensa bene di tirare un missile a Gaza sulla macchina di un alto dirigente di Hamas, provocando comprensibili e inaudite minacce di ritorsioni terroristiche da parte di tutte le componenti della resistenza palestinese.
Questa volta l’hai fatta davvero grossa e anche Bau Bau Bush ti ha ripreso! Dietro la lavagna per dieci giorni!!