Della parola “libertà” si riempiono la bocca da almeno un decennio praticamente tutti: ex-comunisti, ex-fascisti, liberali dell’ultima ora, capi di governi militarmente aggressivi, repressori dei diritti civili, leader religiosi integralisti e fanatici. Non che il fenomeno sia nuovo: si possono contare una quantità impressionante di guerre, guerriglie e guerre civili combattute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sotto il vessillo della libertà in vari modi declinata – conflitti sanguinari che molto hanno prodotto ad eccezione di una qualsivoglia forma di libertà. Ma certamente il crollo dei regimi dell’Est europeo ha provocato una semplificazione radicale del concetto tale da omologare a livello planetario il significato della parola interamente sugli assiomi e sui modelli teorici del neoliberismo. Alla fine del socialismo reale si somma poi la crisi irreversibile in cui è entrato il modello socialdemocratico, che per almeno mezzo secolo aveva legato imprescindibilmente il concetto di libertà a quello di eguaglianza sociale e alla pratica di ridistribuzione della ricchezza. Se i sovietici ridimensionavano la nozione liberale di libertà, qualificandola come “borghese”, il sistema socialdemocratico – che almeno fino alla metà degli anni settanta copriva l’intero Occidente, Stati Uniti compresi – poneva come condizione essenziale per l’affermazione reale della libertà la giustizia sociale.