Faradje – Repubblica Democratica del Congo, 10-06-2010
E così sono a Faradje, lontano dal mondo e lontano dalla civiltà. Lontana da tutto.
Piove fuori, piove come nei paesi tropicali, con ripetute mandate fortissime che sembrano calmarsi e poi riprendono. Si calmano e poi riprendono. Si calmano e poi riprendono.
E il senso di isolamento aumenta: il generatore è spento, perché non si può rompere ed ha degli orari precisi di marcia e di riposto. Il senso di separazione con il mondo aumenta, e aumenta e aumenta. Tutto il resto è lontano, la giungla fuori è silenziosa, il gatto si avvicina a noi e si accoccola tra i nostri piedi. Noi guardiamo lo schermo luminoso del nostro computer, che senza internet sembra quasi senza vita. Io decido di scrivere: mi avvicina al mondo.
Sento il bisogno di stare qui di più, di capire meglio cosa sta succedendo e di apportare quello che io so al progetto. Ma non riesco a stare ferma, devo essere qui per un poco, e dopo lì per un altro poco, e poi ancora lì per ancora un altro poco… chissà come farò. Alle volte vorrei solo avere il mio progettino, pensarci bene e poi basta. Non cercare di coordinare attività in più e diversi punti, anche se per carità, è interessante…
E intanto piove, fuori. Piove sui miei pensieri, piove sul mio futuro sempre incerto, piove su di me, che ascolto Lucio Dalla e scrivo, a non si sa chi.
Piove, sulla nostra macchina infangata da qualche parte nella jungla, con sopra moltissimo cemento. Piove sulla seconda macchina che è andata a cercarli.
Piove sugli sfollati che sono venuti cercando un rifugio da queste parti.
Piove, su Faradje la dolce. Su questa gente sorridente, aperta al dialogo. Persone simpatiche, finalmente per me, che mi fanno riappacificare con tutto il continente. Piove sui miei pensieri intimi. Piove su tutto e non tralascia nulla.
E così sono a Dungu, questa bella cittadina nel mezzo del nulla che ha guardato con stupore l’arrivo del grande circo umanitario nemmeno un anno fa, ma che poi si è ripresa dallo stupore ed ha cercato di guadagnarci quel che poteva.Ora il circo si organizza con estenuanti riunioni senza senso praticamente tutti i giorni. Il “chi fa che cosa e dove” che ci inchioda tutti a tavoli di discussioni paradossali. Tipo: “ci sono stati degli massacri dell’LRA a fine febbraio, dobbiamo organizzare una missione per valutare quel che è successo”. Scusa, ma a giugno ti viene in mente? Eh meno male che rappresenti le UN… Oppure: “abbiamo ricevuto del materiale scolastico da distribuire” “e per quanti beneficiari?” “questo non lo so, dobbiamo ancora verificare” Scusa ma a qualcuno lo avrai chiesto questo materiale, e avrai pur dato una stima di beneficiari? Oppure per averne di più vuoi dare il cappuccio a qualcuno e la penna a qualcun altro? E discussioni perditempo come queste.
E le UN che vogliono dare spazio alle neonate ONG locali, che però non hanno la capacità di intervenire fuori da Dungu e si affollano in città, che oramai è stracolma di attori e decisamente in sicurezza. Dove i bisogni non ci sono. I bisogni sono altrove, ma appunto…bisogna arrivarci.
E intanto io mi arrabatto per avere una base che sia degna di questo nome, uno staff nazionale i cui candidati sono praticamente dispersi in tutto l’est Congo, una logistica che funzioni… e mi pare di affondare nei problemi. Come al solito.
E i gattini in casa giocano tra loro, le gatte partoriscono, i topi stanno alla larga e la vita continua.
E io mi chiedo: le mie scuole di emergenza, fatte con teloni di plastica super caldi, a cosa serviranno? Sarà davvero una priorità degli IDPs quella di avere una scuola, o forse vorrebbero prima di tutto che l’LRA la smettesse di attaccare i villaggi e potersene tornare a casa? E mille interrogativi di questo tipo, su quale tipo di assistenza possiamo dare noi a questa gente, dove non c’è l’ombra di un governo, non c’è l’ombra di un controllo territoriale come si deve e dopo di noi nulla sarà fatto dalle autorità competenti…
Scoraggiamenti tipici congolesi. Ma magari mi sbaglio, forse, come si dice, imparare a leggere e scrivere è importante anche se nasci in un posto sfigato con il nord del Congo, tra l’Uganda e il Sudan…
Ora vi lascio, che il generatore soffre sotto le mie pressioni ed è decisamente troppo tardi per tenerlo acceso!
Un saluto, da Dungu la bella!
Agata
